Il Giardino Celeste è un intervento site-specific dell’artista Bislacchi concepito per l’agriturismo Contrada Guido di Sellia Marina, sulla costa ionica calabrese. Pensata per rivestire il soffitto di una grande tendostruttura destinata a ospitare cerimonie e momenti di incontro collettivo, l’opera nasce dall’osservazione del paesaggio e delle trasformazioni che lo attraversano, traducendosi in una riflessione sul rapporto tra territorio, memoria e resilienza. L’installazione è infatti concepita per essere osservata dal basso verso l’alto, in un gesto contemplativo che richiama la tradizione delle decorazioni sacre e che trasforma la copertura della struttura in un vero e proprio orizzonte visivo. Attraverso un linguaggio che intreccia suggestioni provenienti dalla cultura classica, motivi ornamentali della tradizione mediterranea e una sensibilità contemporanea, Bislacchi costruisce un racconto visivo che dialoga con il passato e il presente del luogo.


Al centro del progetto vi è la reinterpretazione dell’anthemion, antico motivo decorativo greco-romano a forma di palmetta, largamente diffuso nell’architettura classica e particolarmente legato alla storia della Magna Grecia. L’artista ne propone una versione stilizzata e contemporanea articolata in quattro grandi sezioni che compongono l’intera superficie dell’intervento, racchiusa da una cornice a onde che richiama la presenza del mare e rompe la neutralità architettonica della struttura. Le forme geometriche e i colori evocano gli effetti rigeneranti della natura, richiamando il verde della vegetazione e l’azzurro del mare: come un fiore che torna a sbocciare dopo la tempesta, l’opera celebra la capacità del territorio di rigenerarsi, trasformando un luogo dedicato all’accoglienza e alla convivialità in uno spazio di contemplazione, incontro e condivisione. Abbiamo incontrato l’artista per approfondire la genesi del progetto e il ruolo che l’arte può assumere quando entra a far parte della vita quotidiana delle persone e delle comunità che un luogo, lo rendono vivo.



Il titolo suggerisce una dimensione sospesa tra terra e cielo. Che cosa rappresenta questo “giardino”?
Il Giardino Celeste rappresenta proprio una dimensione sospesa, una spazio di riflessione nato dall’incontro tra interno ed esterno, ovvero tra la protezione della tendostruttura e il paesaggio che la circonda. All’inizio dell’anno, quando mi è stato proposto di realizzare un’opera per coprire il soffitto dei gazebi, la richiesta sembrava rispondere più che altro ad un’esigenza estetica, cioè la realizzazione di un lavoro per l’abbellimento della struttura. Tuttavia, mi è stato dato ampio margine decisionale sulle tematiche del progetto e questo mi ha portato spontaneamente ad interrogarmi su questioni più profonde legate al territorio. In quel periodo, Sellia Marina, così come altre località della costa ionica calabrese, era stata colpita da una crisi climatica senza precedenti. Forti temporali, mareggiate e inondazioni avevano distrutto la maggior parte dei litorali, risorse essenziali soprattutto per il turismo estivo di questi paesi. Nonostante questo clima di instabilità, i comuni pensavano già ad un progetto di ricostruzione per riaccendere le speranze della comunità ed è qui che è nata l’idea di varcare una dimensione simbolica tra terra e cielo per instaurare un dialogo con il culto di quel territorio. Ho scelto di realizzare un giardino fiorito come simbolo di rinascita, sostituendo l’immagine del fiore con la rappresentazione di un motivo ornamentale ispirato all’anthemion, elemento decorativo greco-romano a forma di fiore di palma ampiamente diffuso nell’architettura classica della Magna Grecia. Attraverso la sua interpretazione, ho cercato di realizzare un’opera che contenesse una simbologia iconografica semplice e accessibile a tutti, incarnando lo stesso spirito di credenze, valori e narrazioni del meridione . Il concetto di “giardino” viene inteso sia in senso simbolico sia reale, uno spazio immaginato come luogo di contemplazione e riposo che si sposa perfettamente con il paesaggio naturale e culturale che circonda l’agriturismo.

La Calabria e la Magna Grecia sono presenze costanti in questo progetto. Quanto conta per te lavorare con simboli e memorie appartenenti al territorio in cui sei nato?
Penso sia quasi un’esigenza nel mio lavoro parlare e raccontare dei luoghi in cui sono nato e cresciuto semplicemente perché sono quelli che per primi hanno lasciato un segno indelebile nel mio immaginario. Non posso mai dimenticare, ad esempio, i colori dell’orizzonte di Caulonia, che fin da piccolo osservavo dalla spiaggia sotto casa e che continuano ancora oggi a rappresentare un possibile punto di partenza per qualsiasi progetto. Allo stesso tempo, credo sia fondamentale che queste memorie non si traducano soltanto in immagini statiche dettate da visioni nostalgiche, ma che entrino in dialogo con un lessico visivo e concettuale in continua trasformazione arricchito da elementi provenienti da, esperienze vissute, incontri e contesti nuovi. Spero che, siano proprio queste stratificazioni, a contribuire, nel tempo, alla maturazione della mia pratica.


Hai immaginato come l’opera verrà percepita nelle diverse stagioni dell’anno, quando cambiano la luce, i colori del paesaggio e la vita del luogo?
Ho trascorso un mese durante la fase di realizzazione dell’opera e, trovandomi in aperta campagna, sono rimasto molto affascinato da come quel posto è pieno di vita e luce naturale. Inoltre, l’estate dovrebbe essere il periodo più bello poiché la struttura viene aperta lateralmente accogliendo al suo interno molta più luce e penso che quello sia il periodo di massimo godimento dell’opera. Spero però che, gli ospiti, che alloggeranno in agriturismo, avranno occasione di vederla in diverse fasi della stagione.


Molte persone vivranno Il Giardino Celeste durante matrimoni, feste e momenti collettivi. Ti affascina l’idea che un lavoro artistico venga vissuto e non soltanto contemplato in uno spazio espositivo?
Di recente stavo leggendo Relational Aesthetics di Nicolas Bourriaud che definisce il concetto di una pratica artistica diffusasi sempre di più dagli anni Novanta in poi, fondata sulle interazioni con il pubblico all’interno di contesti sociali. Oggi penso sia fondamentale, per un artista, superare la dimensione quasi esclusiva dello spazio espositivo e instaurare un dialogo diretto con le persone. Mi interessa soprattutto che il mio lavoro si collochi in contesti in cui il pubblico non rimane semplicemente spettatore dell’opera, ma è piuttosto l’opera stessa che entra nel tessuto sociale. Per questo credo che il lavoro, e l’arte più in generale, deve essere vissuto e soggetto, insieme allo spazio e alle relazioni che lo circondano, al cambiamento.

Ci sono stati dettagli di Contrada Guido – una vista, una luce, una prospettiva – che hanno influenzato l’opera?
Si, gli spicchi di un fetta di limone preso da un albero del giardino.



