A Bologna l’arte contemporanea si confronta con le ferite più profonde della storia cittadina. Dal 21 al 28 giugno 2026 Villa delle Rose, sede del Settore Musei Civici del Comune di Bologna, accoglie Le ferite di Bologna, mostra curata da Spazio Taverna, lo studio fondato da Ludovico Pratesi e Marco Bassan, che invita artisti e pubblico a riflettere sui momenti più traumatici che hanno segnato l’identità della città. Il progetto prende forma attraverso l’individuazione di dieci episodi storici che rappresentano altrettanti punti di frattura nel tessuto civile e culturale bolognese. Eventi che, secondo la lettura curatoriale, costituiscono le “ferite” che Bologna ha inflitto a se stessa e che ancora oggi abitano il suo immaginario collettivo. A ciascuna di queste vicende è stato associato un artista, chiamato a elaborarne una rilettura simbolica capace di trasformare il trauma in occasione di consapevolezza e condivisione. Partecipano alla mostra Luca Bertolo, David Casini, Adelaide Cioni, Flavio Favelli, Francesca Grilli, Rachele Maistrello, Francis Offman, Giulia Poppi, Tommaso Silvestroni e Italo Zuffi. Ogni artista interviene sul medesimo supporto, un foglio di carta Amatruda, realizzando un’opera che interpreta una specifica ferita storica e ne propone una possibile integrazione nell’identità contemporanea della città.



Il percorso espositivo attraversa oltre sette secoli di storia: dalla rivolta dello Studium del 1321 al Guasto dei Bentivoglio del 1507, dalla bomba a Palazzo d’Accursio del 1920 fino alle pagine più drammatiche della strategia della tensione e degli anni di piombo. Emergono così la strage dell’Italicus, la morte di Francesco Lorusso, la tragedia di Ustica e la strage della Stazione di Bologna del 1980, per arrivare alle vicende della Uno Bianca e all’assassinio di Marco Biagi nel 2002. Una sequenza di eventi che compone una mappa della memoria cittadina, dove il conflitto e il dolore diventano strumenti per interrogare il presente. Attraverso lo sguardo di dieci artisti appartenenti a generazioni e linguaggi differenti, la mostra restituisce una geografia emotiva della città, fatta di conflitti, responsabilità e memoria. Un racconto corale che invita il pubblico a interrogarsi sul significato delle ferite storiche e sulla possibilità di trasformarle in elementi di consapevolezza civile e identità condivisa.




