L’appuntamento dello sguardo: una mostra a Napoli di Alfredo Maiorino

Allo Studio Trisorio di Napoli solidi che affiorano e si ritraggono dietro il vetro opalino, fino a fare dell’intero spazio un unico orizzonte

Con un’incompiuta nitidezza che esorta ad attraversare le superfici, a frequentare le profondità, le «scatole pittoriche» di Alfredo Maiorino (Nocera Inferiore, 1966) diventano luoghi del possibile, spazi in cui la forma abita incerta per dispiegarsi alla prova dell’osservazione in Geometri Variabili, l’ultima personale dell’artista allo Studio Trisorio di Napoli, in mostra fino al 20 giugno. Attraverso un lento fluire dell’attenzione – distante da tempi recenti e posture di frenesia – si può solo scorgere in modo parziale ciò che è custodito, pur rivelando infinite mappature di sguardi. Quelli realizzati da Alfredo Maiorino sono, dunque, in primo luogo, “dispositivi di osservazione”, congegni che orientano l’atto del guardare e che generano, sulla breve soglia di vetro opalino, l’incontro di reami indefiniti; di «geometrie» che attendono l’appuntamento dello sguardo per divenire «variabili».

Due reami appena separati da un diaframma sensibile: quello del solido geometrico raccolto nel suo quadrante di enigma, mentre, d’altra parte, quello di uno sguardo strenuo si innerva di ricerche e desiderio di compiutezza; e nel mezzo la lastra, un confine apparentemente imperforabile, si rivela, nella realtà, come una e mille superfici, manifeste in sequenziali e ininterrotte “origini” affidate alle angolature di ospiti incerti, sostenuti dalla fortuna di alcuni tagli di luce, che sfiorano l’orizzonte e vacillano come pesi a un filo nel vento. La mostra propone, in questo senso, una distanza percettiva; un luogo di interstizi, ma soprattutto di indagine sulle proprie posture, fisiche e percettive, chiedendo un tempo di osservazione disteso, inappagabile e attento alle differenze. Una soglia su cui restano interrotti gli attraversamenti di verifica; lo sguardo tenta di spingersi oltre, di saggiare il solido per accertarsene. Così le forme persistono nella loro fragile verità, presenti e tuttavia distanti, mentre una verità uguale e contraria, nella visione di “quelli che percepiscono”, coesiste a un respiro di distanza. Pitture senza esiti, luci prive di destinazione predefinita, immagini che non portano in alcun dove e che, proprio per questo, restano disponibili al “nuovo”, ad accadere ogni volta diverse.

Mentre gli occhi, sostenuti da una giusta lama di postura, fendono le nebbie vitree, sembra di osservare i profili di città future e architetture di colore; diorami immaginari sbiaditi contemporaneamente nel ricordo e nella prefigurazione.  Sospesi nel tempo, quei profili incerti bastano a se stessi, al loro effimero statuto, come le cose intraviste tra veglia e sonno riconosciute un attimo prima di essere smarrite. Anche lo spazio della galleria è riconfigurato dalla scansione ritmica delle opere. Allineate a un’unica altezza lungo le pareti, le «scatole» si susseguono in una fila bassa e continua, che attraversa gli ambienti da un capo all’altro e regola il passo del visitatore sugli intervalli che la misurano. L’allestimento fa così dell’intera sala un ulteriore unità dell’insieme, una «scatola» tra le altre, ma che custodisce ora gli sguardi e i movimenti.

Una sequenza di intervalli minimi restituisce alla serie l’andamento di una progressione – leggibile in molteplici direzioni, con cui mappare affinità e differenze – fatta di ritorni e variazioni, di forme più inclini a rimanere celate o che più facilmente ingannano. Nella seconda sala il ritmo della fila si raccoglie in un’unica immagine. Le «scatole», fin lì distribuite lungo le pareti, sono qui riunite in un grande polittico, con i singoli elementi accostati l’uno all’altro in un solo campo frontale. La mostra continua poco distante, nella vetrina di via Carlo Poerio 116, con alcuni lavori su carta. Qui la geometria “torna” al disegno, a uno stadio fondativo (tale perché tracciato in forma di archetipo e suggestione) ma che non “precede” e che, piuttosto, coesiste; formula teoremi e misteri paralleli, attraverso la densità del colore, che evocano, anche questa volta, la possibilità di uno sguardo diverso sulle forme che, ancora, raccontano di ciò che è fuori di esse, di ciò che si posa a definire i loro angoli pungenti, a filtrare il fondo della carta oltre le polveri di colore.