Per le Pussy Riot l’arte non è mai stata separata dalla realtà. Le loro azioni, fin dalla fondazione del collettivo nel 2011, hanno sempre abitato una zona di confine dove performance, attivismo e cultura pop si sovrappongono fino a diventare indistinguibili. Il nuovo album CYKA, annunciato per il 12 giugno, rappresenta forse la sintesi più compiuta di questa visione. Tra i brani del disco compare infatti Disobey, una traccia che nasce direttamente dalla protesta organizzata durante l’ultima Biennale Arte di Venezia contro la partecipazione della Russia alla manifestazione.
Le immagini dell’azione, realizzata insieme alle attiviste di FEMEN davanti al Padiglione russo, sono state trasformate in un videoclip e inserite nel progetto discografico, facendo della contestazione stessa una componente dell’opera. La scelta non sorprende chi conosce il percorso del collettivo guidato da Nadya Tolokonnikova. Dalla celebre performance nella Cattedrale di Cristo Salvatore di Mosca, costata il carcere a diverse componenti del gruppo, fino alle campagne contro la guerra in Ucraina, le Pussy Riot hanno costruito una pratica artistica fondata sull’intervento diretto nello spazio pubblico.
CYKA si presenta come un archivio sonoro di quattordici anni di resistenza politica. Il titolo, volutamente provocatorio, raccoglie episodi che hanno segnato la storia del collettivo: arresti, processi, esilio e azioni pubbliche che hanno trasformato le Pussy Riot in uno dei simboli internazionali dell’opposizione al regime di Vladimir Putin. La protesta veneziana entra così a far parte di una narrazione più ampia, in cui la musica non racconta semplicemente il dissenso ma lo incorpora. Le immagini dei fumogeni, gli slogan e la tensione della performance diventano elementi di una composizione che supera i confini tradizionali della canzone. Il caso delle Pussy Riot mostra come l’arte contemporanea continui a cercare nuove forme di relazione con la sfera pubblica. In un’epoca dominata dalla comunicazione digitale, il collettivo russo mantiene una fiducia quasi ostinata nella forza del gesto performativo, nella capacità di un’azione reale di generare immagini, dibattito e significato.



