Alla chiusura della 79esima edizione del Festival di Cannes, l’impressione dominante non riguarda soltanto i titoli premiati, ma la direzione complessiva che il concorso ha assunto: una rassegna che sembra aver scelto di leggere il presente attraverso le sue fratture più profonde, trasformando il cinema in uno spazio di interrogazione politica e morale più che di semplice racconto.
La giuria, guidata da Park Chan-wook, ha contribuito a rafforzare questa impostazione, orientando le scelte verso opere in cui la dimensione privata non resta mai isolata, ma si apre costantemente su scenari storici, sociali o ideologici. La Palma d’oro è stata assegnata a Fjord di Cristian Mungiu, regista che da anni continua a muoversi dentro la tradizione della New Wave rumena, trasformando il cinema dell’Est europeo in un laboratorio etico contemporaneo. Il film parte da una vicenda familiare apparentemente circoscritta: un trasferimento in un piccolo centro norvegese da parte di una coppia rumeno-norvegese, seguito da un’indagine dei servizi sociali che mette in discussione le loro pratiche educative.


L’interesse del regista si concentra sul cortocircuito tra modelli culturali incompatibili, dove ogni sistema di valori rivela insieme le proprie ragioni e i propri limiti. Ne emerge un racconto costruito su equilibri instabili, in cui la verità non si presenta mai come punto d’arrivo ma come campo di tensioni. Molti film in concorso hanno affrontato nuclei domestici attraversati da crisi profonde: relazioni segnate da traumi storici, dinamiche di potere interne, difficoltà comunicative che riflettono conflitti più ampi. La dimensione domestica diventa così una sorta di microcosmo attraverso cui osservare trasformazioni politiche e sociali su scala globale. In questa direzione si colloca anche il Grand Prix assegnato a Minotaur di Andrej Zvjagincev.

Il regista, da tempo esiliato dalla Russia, costruisce una riflessione sul potere che passa attraverso la struttura familiare, dove la figura paterna assume contorni sempre più autoritari fino a diventare allegoria di un sistema politico più vasto. La casa non è più un rifugio, ma un luogo di sorveglianza e controllo, una replica in scala ridotta del sistema politico attuale, dove dove affetto e controllo si confondono fino a diventare indistinguibili. Anche Fatherland di Paweł Pawlikowski e La Bola Negra di Javier Calvo e Javier Ambrossi si muovono lungo una linea simile, adottando però un’estetica completamente diversa.

Pawlikowski, realizza un’opera essenziale, ambientata nella Germania del secondo dopoguerra e centrato sulla figura di Thomas Mann. In poco più di un’ora e venti minuti, girati in un elegante bianco e nero, il regista polacco costruisce un’Europa sospesa tra macerie morali e nuove linee di frattura ideologica. La Bola Negra invece rielabora la memoria di Federico García Lorca, trasformandola in un grande racconto melodrammatico attraversato da sensibilità queer e da un arco temporale che abbraccia otto decenni di storia spagnola. Il premio alla sceneggiatura è andato a Emmanuel Marre per Notre salut. Ambientato nella Francia di Vichy, il film diventa una riflessione sul modo in cui l’individuo si adatta al potere. Il protagonista infatti è un uomo ordinario e, proprio per questo, inquietante: desidera essere riconosciuto, trovare un posto nella storia, anche a costo di esserne complice inconsapevole.

Il premio come miglior attrice è andato a Virginie Efira e Tao Okamoto per All Of A Sudden di Ryusuke Hamaguchi, opera costruita sull’ascolto reciproco e sulla dimensione della cura, mentre il premio come miglior attore è andato a Emmanuel Macchia e Valentin Campagne condividono il premio per Coward di Lukas Dhont, ambientato nella Prima Guerra Mondiale e centrato su una relazione affettiva tra soldati, tra fragilità emotiva e resistenza interiore in un contesto di distruzione totale.

Il quadro che emerge da questa edizione del festival sembra privilegiare un’idea di cinema fondata sulla relazione più che sull’esibizione individuale. A prevalere non è la centralità della performance singola, ma lo scambio tra i personaggi, la fragilità condivisa. In questo contesto si collocano anche i riconoscimenti alla carriera a John Travolta e Barbra Streisand. Il primo ha presentato il suo esordio alla regia con un racconto intimo legato alla propria infanzia e al rapporto con la madre. Streisand, celebrata da un intervento di Isabelle Huppert, è stata invece riletta come figura pionieristica, capace di imporsi come autrice in un sistema hollywoodiano storicamente dominato da logiche maschili e produttive rigide.

Nel complesso, questa edizione restituisce l’immagine di un festival che sembra voler riaffermare una funzione precisa del cinema: non quella di confermare certezze, ma di metterle in discussione. Le opere premiate condividono una tensione costante verso l’ambiguità, il dubbio, la complessità delle relazioni tra individuo e potere. Più che offrire risposte, costruisce una costellazione di interrogativi, suggerendo un’idea di cinema che si misura con il presente non per semplificarlo, ma per renderne visibili le contraddizioni profonde.



