Addio a Remo Salvadori, scultore dell’esperienza e della contemplazione

Morto a 79 anni, Salvadori non ha mai aderito ad un'etichetta precisa, definendo il suo lavoro come "Un percorso da fare con la mente, il cuore e le membra"

Morto all’età di 79 anni, l’artista ha sviluppato la sua ricerca attorno al rapporto tra spazio, materia e percezione, dando vita a una delle esperienze più coerenti e significative della scultura italiana contemporanea.

Nato nel 1947 a Cerreto Guidi in Toscana, Salvadori si forma all’Accademia di Belle Arti di Firenze prima di trasferirsi a Milano nel 1972. Nel capoluogo lombardo costruisce il centro della propria vita e della propria ricerca, sviluppando un linguaggio personale che attraversa scultura, installazione e intervento site specific senza mai aderire completamente a una corrente precisa. Nel suo lavoro, materia e percezione entrano continuamente in dialogo. Metalli, acqua, luce, pigmenti e gesti quotidiani diventano strumenti per modificare il rapporto tra individuo e spazio. Salvadori non realizza semplici opere da osservare: costruisce esperienze, situazioni che chiedono presenza, ascolto e consapevolezza.

Remo Salvadori, No’ si volta chi a Stella è fisso, 2004 (2025), Sala delle Cariatidi, Palazzo Reale, Ph: Agostino Osio

La sua produzione ha rappresentato un passaggio fondamentale tra l’eredità dell’Arte Povera e le ricerche delle generazioni successive. Eppure non ha mai davvero aderito a un’etichetta precisa. Ha preferito restare in una zona autonoma, personale, fedele a un’idea di arte come conoscenza e trasformazione interiore. Del proprio lavoro diceva che era “Un percorso da fare con la mente, il cuore e le membra”: una ricerca continua, quasi spirituale, sul rapporto tra l’essere umano e ciò che lo circonda.

Le prime personali arrivarono all’inizio degli anni Settanta, nelle gallerie che in quegli anni stavano ridefinendo la scena artistica italiana: da Franz Paludetto a Franco Toselli, da Lucio Amelio a Christian Stein. Con il tempo il suo nome avrebbe oltrepassato i confini nazionali, portandolo più volte alla Biennale di Venezia e a Documenta di Kassel, fino alle grandi istituzioni europee e nordamericane. Tra le mostre collettive più significative a cui prese parte restano The European Iceberg: Creativity in Germany and Italy Today, curata da Germano Celant a Toronto nel 1985, Chambres d’Amis di Jan Hoet a Gent l’anno successivo, e Minimalia, il progetto con cui Achille Bonito Oliva ripercorse le radici del minimalismo italiano.

Remo Salvadori, Stanza delle tazze, 1986. Remo Salvadori, Palazzo Reale, Milano, Ph: Altopiano

Nel corso degli anni anche le grandi retrospettive hanno raccontato la profondità del suo lavoro: dal Centro per l’arte contemporanea Luigi Pecci nel 1997 alla Fondazione Querini Stampalia nel 2005, fino alla Stiftung Insel Hombroich di Neuss nel 2018. Nel 2019 gli era stato assegnato il Premio Presidente della Repubblica per la scultura, riconoscimento che suggellava una carriera costruita con rigore e coerenza. L’ultima grande celebrazione del suo percorso risale all’estate del 2025, quando Milano gli aveva dedicato una vasta mostra diffusa tra Palazzo Reale, il Museo del Novecento e la chiesa di San Gottardo in Corte, sotto la cura di Elena Tettamanti e Antonella Soldaini. Quell’esposizione aveva restituito al pubblico tutta la complessità di una ricerca rimasta sempre lontana dagli effetti spettacolari, ma capace di lasciare un segno profondo nella scultura italiana contemporanea.

Negli ultimi anni Salvadori aveva mantenuto un legame particolarmente intenso con Peccioli, dove si trovano le opere Germoglio e Nel momento. Il Comune toscano lo ha ricordato sottolineando proprio questa relazione costante con il territorio e con gli spazi pubblici che accoglievano i suoi lavori. Il sindaco Renzo Macelloni ha raccontato che non considerava mai concluse le sue opere e che ogni ritorno a Peccioli diventava per l’artista un nuovo dialogo con i luoghi, con le persone e con il tempo che continuava a trasformare ogni cosa.