Passeggiando per Piazza di San Marcello, lo sguardo viene catturato da una grande scultura, la cui figura emerge dall’ingresso di Palazzo Salviati Cesi Mellini del XV secolo, oggi sede di Six Senses Rome. Verticale, lucida, attraversata dalle tonalità profonde del blu della maiolica, Titano Mio (#2) di Guglielmo Maggini rompe, ma allo stesso tempo si inserisce perfettamente, nell’equilibro marmoreo della hall del resort romano e invita, inconsapevolmente, a entrare, attirando il visitatore dentro il nuovo progetto espositivo Senses of Art, curato da Valentina Ciarallo.

courtesy the artist and z2o Sara Zanin
L’idea è quella di arricchire gli spazi del Six Senses Rome, già caratterizzato da una forte identità e dalla presenza di opere d’arte, trasformandolo in un luogo aperto alla ricerca contemporanea attraverso una serie di installazioni semestrali pensate per dialogare con l’architettura e con l’identità stessa dell’hotel. L’arte, in questo caso, non si inserisce nello spazio come semplice elemento decorativo, ma come presenza capace di modificarne la percezione e il modo in cui viene attraversato.
Senses of Art è pensato come un appuntamento ricorrente, il cui scopo è valorizzare la scena artistica contemporanea e aprire un dialogo diretto con la città e con chi gravita negli spazi dell’hotel. L’arte diventa strumento di connessione, parte integrante dell’esperienza di soggiorno e, allo stesso tempo, occasione di incontro con il contesto urbano che circonda il Six Senses Rome.
L’opera inedita di Guglielmo Maggini ha inaugurato il progetto il 13 maggio. Titano Mio (#2) nasce dalla rielaborazione di antichi stampi in gesso recuperati durante una residenza presso la storica famiglia di artigiani eugubini Fumanti, da cui l’artista sviluppa una riflessione sulla possibilità di riportare alla luce forme e oggetti appartenenti a una tradizione ormai scomparsa.
Ombrelliere, mascheroni, caminiere e bugnati vengono decontestualizzati dalla loro funzione originaria e ricomposti attraverso ceramica smaltata e resina in strutture finite, ma allo stesso tempo in continua mutazione. Il blu intenso della maiolica conserva il legame con la tradizione decorativa italiana, mentre la presenza della resina introduce una componente più fredda e contemporanea, creando un costante slittamento tra passato e presente, tra elemento artigianale e linguaggio industriale.

courtesy the artist and z2o Sara Zanin,
photo Dario Lasagni

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photo Dario Lasagni
Questa tensione attraversa la pratica artistica di Maggini, da sempre interessato alla trasformazione della materia e alla costruzione di forme sospese tra memoria archeologica e dimensione organica. Le sue sculture si sottraggono a qualsiasi rigidità monumentale: superfici ceramiche, elementi decorativi e materiali sintetici convivono in strutture instabili, quasi attraversate da una lenta mutazione. Le opere sembrano così invadere lentamente lo spazio, instaurando con l’architettura un dialogo fatto di tensioni, allineamenti prospettici e presenze che emergono quasi silenziosamente lungo il percorso.

Guglielmo Maggini e Valentina Ciarallo, Senses of Art, installation view at Six Senses, Rome, 2026
courtesy the artist and z2o Sara Zanin
In Titano Mio (#2) queste presenze ibride sembrano provenire da un tempo indefinito, conservando tracce della decorazione classica senza mai diventare nostalgiche. Le sagome appaiono deformate, alterate, percorse da una movimento interno che le rende vive, come se stessero ancora attraversando un processo di trasformazione. «Il titolo — racconta Maggini — è collegato alla cosmogonia dei titani, antichi padri imprigionati nel Tartaro, sottoterra. Riportare alla luce forme silenti: questa è stata l’intenzione».
Muovendosi nell’area lounge-ristorante, si scopre un’altra opera: La solitudine del satiro e il rumore del tempo, secondo lavoro dell’artista romano, di dimensioni ridotte rispetto la prima, ma altrettanto impattante. Le due sculture restano in un dialogo costante. Dalla sala più interna, lo sguardo continua a intercettare la grande opera collocata all’ingresso, lungo un asse prospettico che sembra unirle attraverso un filo invisibile.


Anche questa seconda presenza riprende la stessa tensione materica e visiva della scultura principale: frammenti ornamentali, superfici ceramiche e forme instabili convivono in una struttura sospesa tra reperto archeologico e organismo contemporaneo. Più discreta nelle dimensioni, l’opera aumenta quella sensazione di emersione lenta e silenziosa che attraversa l’intero intervento pensato da Maggini per gli spazi del Six Senses Rome. Le due opere continuano così a guardarsi da estremità opposte dello spazio, unite da una tensione quasi invisibile che attraversa l’architettura del Six Senses Rome. Come presenze emerse lentamente dalla materia e dal tempo, le sculture di Maggini sembrano abitare il palazzo senza mai fermarsi davvero, restando sospese in una continua possibilità di trasformazione.


