Echoes Through Time: Giorgio Tentolini protagonista del terzo appuntamento all’Hotel Eden

Volti femminili emergono dalla trama della rete metallica: nella mostra all’Hotel Eden di Roma Tentolini esplora la trasformazione dei canoni di bellezza attraverso un lavoro di stratificazione e luce

Volti di donne dietro una rete metallica. Opere che sembrano dipinte, ma che sono realizzate attraverso la stratificazione della materia, come fossero pennellate. Da un gioco di sovrapposizioni e trasparenze prende forma la ricerca artistica incentrata su tempo, memoria e identità di Giorgio Tentolini, protagonista del terzo appuntamento di Echoes Through Time, la rassegna espositiva ospitata e promossa dall’Hotel Eden, indirizzo romano della Dorchester Collection, e realizzata in collaborazione con la storica Galleria Russo.

Fino al 23 aprile le opere dell’artista abitano gli spazi comuni dell’hotel, a partire da La Libreria, passando per la hall e i corridoi del piano terra, fino alla terrazza panoramica, inserendosi perfettamente nell’architettura già esistente. Utilizzando filo metallico tagliato a mano e sovrapposto a sfondi monocromatici, i ritratti di Tentolini giocano con luce e ombra, rappresentando la delicatezza della memoria. «Fin dalle prime mostre del 2002/2003 ho sempre lavorato su materiali – racconta l’artista – che potessero diventare metafora di messaggi, materiali che, andandosi a stratificare, realizzassero il chiaroscuro dell’immagine senza l’ausilio del colore. E la stratificazione per me è qualcosa di davvero importante perché ognuno di noi è una stratificazione di esperienze, di emozioni, di persone che sono arrivate prima di noi. Allo stesso modo lo sono queste opere».

La sua pratica unisce costruzione e sottrazione, trasformando il tempo in elemento operativo: le immagini emergono gradualmente, mutano con il punto di osservazione e si collocano in una dimensione percettiva instabile e liminale. La luce assume un ruolo centrale, metafora della memoria stessa, mentre figure atemporali emergono e si dissolvono nello spazio percettivo. In questo modo Tentolini restituisce alla bellezza una dimensione fragile e transitoria, concependola come esperienza che si compie solo nell’incontro tra opera e spettatore. In questo contesto la rete assume un valore che supera la dimensione formale: diventa metafora di interconnessione e crea un ponte tra la ricerca dell’artista e la vocazione cosmopolita dell’Hotel Eden, da sempre luogo di incontri e relazioni internazionali.

La sperimentazione con le reti è anche un lavoro sul canone estetico: Tentolini è partito dalla statua classica, il canone estetico più antico arrivato ai giorni nostri e rimasto identico per millenni. E poi è passato alle fotografie di visi femminili di modelle, da lui immortalate personalmente in quanto fotografo di moda. In queste occasioni ha avuto modo di vedere come, al contrario della stabilità del modello classico, il sistema moda restituisca a ogni stagione un canone estetico diverso da quello precedente. Ne emerge l’idea di una bellezza in mutamento costante.

Nell’ultimo periodo Giorgio sta lavorando con l’intelligenza artificiale perché è in grado di restituire un’immagine quasi fotografica che però rappresenta il non reale: «utilizzo l’IA perché in un certo senso fa un’operazione analoga a quella che facevano gli antichi greci, i quali per ricreare la bellezza perfetta e ideale non potevano fare il ritratto di un singolo volto, ma andavano a mischiare assieme i volti di più persone. L’intelligenza artificiale genera così il volto di una persona che non esiste, creando un ulteriore legame tra il materiale che utilizzo – la rete – e la provenienza dell’immagine».

Le immagini restano però solo un punto di partenza: i lavori sono interamente realizzati a mano, senza disegno, ma solo attraverso l’utilizzo dei materiali. In passato l’artista ha lavorato con diversi elementi: la carta quando voleva parlare di memoria, le ombre per evocare i ricordi, il tessuto, il tulle e il PVC. Oggi sta sperimentando anche con la cera. «La rete l’ho scelta perché è un simbolo importante dei giorni nostri – afferma l’artista – e ho deciso di utilizzare la rete più iconica che c’è, quella da gabbia, quella del pollaio. La utilizzo per analizzare il canone estetico perché è la prima “gabbia” che l’uomo ha avuto per classificare la bellezza. La prima opera che ho realizzato di questo filone è stata una modella che avevo fotografato nel backstage di una sfilata ed era destinata a una mostra sull’emancipazione femminile. Perché non c’è nulla come il viso e il corpo della donna che sia stato utilizzato per comunicare messaggi e, allo stesso tempo, non c’è nessuno come la donna che sia stata vittima di pregiudizi e ideali estetici da raggiungere. Poi ho aggiunto il racconto delle statue classiche e delle immagini prese dai social, queste ultime scelte perché in alcuni casi sono così ritoccate da perdere completamente la propria identità. E poi i manichini, talmente perfetti e idealizzati da scomparire, da essere visti solo per quello che indossano. La vita diventa così simbolo di queste interconnessioni, un lavoro sulla memoria, sull’identità e sulla loro possibile perdita».

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