Il Duomo di Milano è un cantiere sempre aperto, la nostra vita lo è altrettanto. Viviamo in un tempo precario, a tratti posticcio, fra palazzi e grandi città in cui ci si sente spesso della dimensione sbagliata, alla ricerca di un equilibrio un po’ più solido. Che poi, quando lo si raggiunge, spesso lo si rifiuta, per tornare a sentirsi più liberi. C’è bisogno di aria fra le pareti emotive delle nostre abitazioni interiori, così come di cambiamento. Sarà per questo che ci si aggrappa alla convinzione di essere, in qualche modo, qualcosa. Qualcuno. Per poi liberarsene, con un nuovo trasloco.

poto Andrea Rossetti / Héctor Chico © Triennale Milano
Davide Stucchi ha portato tutto questo nella sua prima mostra personale all’interno degli spazi di Triennale, a Milano. Temporary Rooms è un’installazione site-specific che si presenta come un cantiere edile, in cui il movimento e l’urgenza di soluzione sono protagonisti. Si entra all’interno di una scena dal sapore teatrale, con luci basse, convergenti in radenza sul corpo centrale di una stanza da bagno le cui pareti sono fatte di recinzioni metalliche modulari a griglia, quelle che si usano durante i lavori in corso. In effetti, l’esposizione è un lavoro in corso. Così come la nostra presenza-assenza sulle cose lo è.
La mostra si articola in quattro fasi, un passaggio di attivazione fra utilizzo e immaginazione, in cui il bagno è il primo spazio proposto e dove ciascuna darà forma nel tempo a un diverso ambiente domestico. A cura di Damiano Gulli, gli elementi esposti diventano dei ready-made caratterizzati da un immediata intimità quotidiana, contrapposta a un utilizzo impossibile. Una serie di guanti bianchi da lavoro prende il posto di un asciugamani – Touch me hardware. E quanta strada percorsa ogni mattina e sera, quando si arriva davanti al lavandino per lavarsi la faccia, le mani, i denti; in Rise and shine una finestra diventa specchio per il lavabo, a sua volta sostenuto da scatole di scarpe, forse consumate? Forse mai indossate? Pile di possibilità che sorreggono le vite che vestiamo ogni giorno, per tentare di avverare la nostra.

poto Andrea Rossetti / Héctor Chico © Triennale Milano
L’opera Does it open inward or outward? è una maniglia con anelli e restituisce pienamente lo scambio identitario. Mille impronte digitali in un unico oggetto che non ha mai vissuto né è servito ad altro se non a fare entrare e uscire, eppure è sufficiente qualche monile per conferirle uno spessore nuovo, animato. E ancora, Order of business riporta l’attenzione all’ufficio, con wc e bidet dotati di rotelle, come le sedie da scrivania, posizionati uno di fronte all’altro così vicini che sembrano due colleghi mentre si scambiano informazioni o confidenze fra una pausa caffè e l’altra.
«È una mostra che parla di design, di layout espositivi, messa in scena degli oggetti e di teatralità», afferma Damiano Gulli. «Si inscrive perfettamente nello spirito di Triennale e propone una dinamica ironica, ma anche tragica che descrive il tema della precarietà nella nostra contemporaneità. Gli oggetti sono disfunzionali e totalmente stravolti, eppure creano un dialogo immediato e riconoscibile perché uniscono linguaggi di tutti i giorni. È il caso della doccia-ascensore Caution wet on the third floor che introduce un livello di ambiguità e potenzialità attraverso due oggetti, uno dei quali certamente necessario a tutti. La mostra impone un cambio di prospettiva che permette di riattivare le cose e farle diventare altro da sé».

poto Andrea Rossetti / Héctor Chico © Triennale Milano
Un paesaggio fluido e stravolto, oltre il quale incombe la presenza di volumi imballati in nylon nero. Sono gli oggetti dei prossimi ambienti domestici che compongono l’installazione, in mostra fino al 4 ottobre 2026. Presenze silenziose e skyline, fanno da contraltare come ombre sulla luce. Pieni e vuoti, interno ed esterno, micro e macro. Tutto si svolge all’interno del gioco delle parti e strizza l’occhio con il senso di inadeguatezza che troppo spesso ci si sente addosso. Un inno al cambiamento, una denuncia allo stesso.
L’estetica di Davide Stucchi, fra le figure più interessanti e raffinate della scena artistica italiana contemporanea, si muove su un terreno ibrido e riesce a parlare di temi complessi come la fragilità dei legami, l’intimità nell’era del consumo e personalità, senza essere, decisamente, didascalico. Attraverso Temporary Rooms Stucchi riesce a fare una cosa difficilissima, parlare di tragedia senza urlare. Rende digeribile una verità più amara, utilizzando un’ironia tagliente e di certo non per tutti i gusti, che neppure l’identità è definizione. Il disagio non si spiega, si avverte attraverso il tranello visivo. Ma nello stesso tempo, la griglia permette di vedere oltre. Crea spazio e lascia entrare. C’è una possibilità, dopotutto, di accoglienza anche nell’effimero.

poto Andrea Rossetti / Héctor Chico © Triennale Milano
Davide Stucchi, Temporary Rooms
a cura di Damiano Gulli
fino al 4 ottobre 2026
Triennale Milano


