È morta a Vienna VALIE EXPORT, nel giorno del suo ottantacinquesimo compleanno. Artista centrale nella storia della performance e della media art europea, EXPORT ha attraversato oltre cinquant’anni di ricerca trasformando il corpo femminile in uno spazio di conflitto politico, linguistico e visivo. La notizia della scomparsa è stata diffusa dalla Thaddaeus Ropac, galleria che la rappresentava negli ultimi anni.
Nata a Linz nel 1940 come Waltraud Lehner, adottò alla fine degli anni Sessanta il nome VALIE EXPORT, scritto interamente in maiuscolo, come un gesto di autodeterminazione simbolica. Il nome, derivato da una marca di sigarette austriaca, sostituiva sia il cognome paterno sia quello matrimoniale, trasformando l’identità stessa in una dichiarazione politica e performativa.

La sua pratica ha attraversato performance, cinema sperimentale, videoarte, fotografia e installazione, mantenendo costante una riflessione sui dispositivi di rappresentazione del corpo e sulle dinamiche di potere inscritte nello sguardo. In un contesto dominato dall’Azionismo Viennese di figure come Hermann Nitsch, Günter Brus e Otto Mühl, EXPORT sviluppò una posizione radicalmente autonoma, introducendo una prospettiva femminista centrata sull’autodeterminazione del corpo femminile.
Tra le opere che hanno segnato in modo decisivo la storia della performance art vi è Aktionshose: Genitalpanik, azione realizzata tra il 1968 e il 1969 in un cinema porno di Monaco. L’artista attraversava la sala con i pantaloni aperti all’altezza del pube e una mitragliatrice in mano, destabilizzando il rapporto voyeuristico tra spettatore e immagine femminile. L’opera sarebbe stata successivamente reinterpretata da Marina Abramović nel progetto Seven Easy Pieces.

Altrettanto iconica è Tapp und Tastkino, sviluppata tra il 1968 e il 1971 in diverse città europee. EXPORT indossava una scatola fissata al petto invitando i passanti a toccarle il seno senza poterlo vedere, mantenendo però il contatto diretto con il suo sguardo. L’opera ribaltava le logiche di consumo dell’immagine femminile e trasformava il corpo in un dispositivo critico di relazione e tensione.
Negli anni Settanta la sua ricerca si estese al cinema e alla videoarte. In Facing a Family, trasmesso dalla televisione austriaca nel 1971, metteva in scena una famiglia intenta a guardare la televisione durante la cena, costruendo un cortocircuito tra spettatore e medium. In Remote… Remote… documentava invece il gesto doloroso di incidere le proprie cuticole con un coltello, trasformando una pratica quotidiana di cura estetica in un’azione violenta sul corpo.

Il suo cinema assunse successivamente una forma più narrativa con Invisible Adversaries, film sospeso tra fantascienza, paranoia urbana e crisi dell’identità, ambientato in una Vienna frammentata e alienante. In Syntagma, attraverso sovrapposizioni e frammentazioni visive, rifletteva invece sulla costruzione culturale del corpo femminile come immagine manipolata e sezionata dallo sguardo maschile.
Parallelamente alla pratica artistica, EXPORT sviluppò anche un intenso lavoro teorico. Nel manifesto Women’s Art: A Manifesto, scritto nel 1972, sosteneva la necessità di “lasciare parlare le donne affinché possano ritrovare se stesse”, individuando nell’arte uno strumento di ridefinizione sociale e simbolica dell’identità femminile.
Dal 1995 insegnò performance multimediale presso la Academy of Media Arts Cologne, contribuendo alla formazione di nuove generazioni di artisti e artiste. Le sue opere sono oggi conservate in istituzioni come il Museum of Modern Art, il Centre Pompidou, il MACBA e la Tate Modern.
Negli ultimi mesi era stata protagonista, insieme a Ketty La Rocca, della mostra Body Sign negli spazi milanesi di Thaddaeus Ropac Milano, dedicata al dialogo tra due figure fondamentali dell’arte femminista europea degli anni Sessanta e Settanta.


