La presenza della Russia e di Israele all’evento ha innescato una mobilitazione che non è rimasta confinata al dibattito pubblico, ma è entrata fisicamente nel corpo stesso della Biennale. Sono diciotto i Padiglioni che hanno scelto di aderire allo sciopero, scegliendo il silenzio assoluto della chiusura o la sospensione solo parziale delle attività. All’interno di questo scenario, ogni padiglione ha costruito una propria grammatica del dissenso.
All’Arsenale, l’installazione multisensoriale di Hagar Ophir Living: Gathering in Venice è stata immersa nell’oscurità. Il Padiglione Giappone è rimasto aperto, privando l’installazione delle sue componenti partecipative e sonore, riducendo l’esperienza a una forma più silenziosa e statica. L’azione dell’artista olandese Dries Verhoeven ha assunto una forte valenza simbolica. Presentatosi davanti al proprio padiglione con una bandiera palestinese e materiali di protesta affissi alla porta chiusa, ha scelto di rendere il proprio gesto visibile nello spazio pubblico della Biennale.

Le sue parole hanno insistito sulla critica alla presenza israeliana all’evento, definita come una forma di “artwashing”, e sulla necessità di non normalizzare tale partecipazione all’interno di un contesto culturale internazionale. Un’altra adesione allo sciopero arriva dalla Polonia, dove il padiglione rimarrà chiuso tra le 16:00 e le 19:00. La commissaria Agnieszka Pindera, in un’intervista a The Art Newspaper, racconta come i curatori e gli artisti siano stati “profondamente colpiti” dalla decisione di includere Israele e Russia tra i partecipanti. Pindera aggiunge anche una riflessione sul sistema della Biennale, definendolo un “sistema non sostenibile”, auspicando che lo sciopero possa influenzare le regole future dell’istituzione.
Altri padiglioni hanno scelto invece il silenzio totale. Il Padiglione dell’Austria ha interrotto l’accesso ai visitatori, sottraendosi del tutto alla fruizione pubblica per tutta la durata dell’azione. Una linea simile è stata adottata anche da Nabil Nahas, artista che rappresenta il Libano, il quale ha chiuso il padiglione senza però svuotarlo del tutto. All’interno dello spazio restano infatti materiali legati alla protesta, tra cui poster e interventi testuali. Uno di questi recita: “Siamo con la Palestina perché ormai sappiamo che la distruzione della Palestina è la distruzione del mondo”, trasformando così il padiglione in un luogo di enunciazione più che di esposizione.

In una direzione diversa ma altrettanto simbolica si colloca il gesto di Armen Agop, artista che rappresenta il Padiglione Egitto, che ha deciso di chiudere lo spazio solo per un’ora, trasformando la sospensione in un atto quasi rituale. Il suo approccio alla manifestazione è esplicitamente filosofico, coerente con il progetto espositivo Silence Pavilion: Between the Tangible and the Intangible, in cui riflette sulla necessità di spostare lo sguardo verso ciò che non è immediatamente visibile. Agop, che ha parlato con emozione anche dell’esperienza della sua famiglia legata al genocidio armeno, insiste sull’importanza di “ascoltare la voce interiore, l’istinto, l’esperienza umana” come strumenti per affrontare le domande più urgenti del presente.

Tutte le iniziative si inseriscono in un percorso già avviato nei mesi precedenti, che sembra quasi anticipare e dare fondamento a ciò che oggi accade nei padiglioni. Al centro di questa traiettoria si colloca la visione portata avanti da ANGA: l’idea che la Biennale non sia soltanto un evento espositivo, ma un organismo complesso, chiamato a interrogare le proprie responsabilità e a ripensarsi come possibile spazio etico.
In risposta, in una nota pubblicata dall’ufficio stampa dell’istituzione, la Biennale sottolinea che le proteste “non coinvolgono il personale o l’organizzazione” e ribadisce il rispetto delle norme vigenti, insieme all’impegno a garantire il regolare svolgimento dell’evento, nel rispetto della libertà di espressione e del pluralismo delle opinioni.



