In questi primi giorni di Biennale in cui le strade veneziane tornano a riempirsi di artisti, curatori e appassionati d’arte, un nuovo volto accompagna le passeggiate dei visitatori vicino all’Arsenale. È quello di Koyo Kouoh, ritratta in dimensioni monumentali sulla facciata del Palazzetto dello Sport Giobatta Gianquinto in un’opera firmata da Derrick Adams.
L’intervento, visibile dal Rio della Tana, non ha il tono distante della commemorazione ufficiale: si presenta piuttosto come un gesto affettuoso, pensato per restituire alla città la presenza di una delle figure più influenti dell’arte contemporanea internazionale. L’opera, intitolata Heavy is the head that wears the crown, è stata realizzata dall’artista americano Derrick Adams come tributo alla curatrice scomparsa il 10 maggio 2025, a soli 57 anni. Più che un semplice omaggio, il murale si trasforma in una presenza viva dentro la città, un gesto pubblico che restituisce a Kouoh lo spazio simbolico che aveva conquistato nel panorama dell’arte contemporanea internazionale.

Il ritratto si staglia sopra i canali: una figura frontale e intensa, costruita attraverso geometrie nette e tonalità calde che richiamano le icone bizantine custodite nelle chiese veneziane. Una scelta mirata, in quanto l’intenzione dell’artista era proprio quella di creare un dialogo diretto con la memoria visiva della città, intrecciando il proprio linguaggio contemporaneo con quella tradizione sacra, luminosa e senza tempo che continua ancora oggi a definire l’immaginario di Venezia. Sopra il volto della curatrice si staglia una corona che riporta la parola JOY, da cui si diffondono raggi che attraversano l’intera composizione, trasformando il ritratto in un’immagine carica di energia e vitalità.
Il titolo dell’opera riprende il celebre passaggio di Enrico IV di Shakespeare, associato al peso del comando e della responsabilità. Adams, però, sceglie di reinterpretarne il significato: la corona infatti non appare come simbolo di oppressione o sacrificio, ma come emblema di forza creativa, gioia e possibilità collettiva. È proprio questa idea di gioia come forza politica e culturale ad attraversare tutto il lavoro dell’artista americano, noto per le sue rappresentazioni vibranti della vita quotidiana nera. E non è difficile immaginare perché abbia scelto proprio questa immagine per ricordare Kouoh. Nel corso della sua carriera, la curatrice camerunense aveva infatti costruito un pensiero curatoriale radicale e insieme profondamente umano, capace di mettere al centro nuove narrazioni sull’identità, sulla memoria e sulla bellezza.

L’iniziativa è nata da Francesco Bonami, che aveva collaborato con Kouoh alla Biennale del 2003, Dreams and Conflicts: The Dictatorship of the Viewer. Bonami racconta di aver desiderato un omaggio meno istituzionale rispetto ai rituali celebrativi che spesso accompagnano il mondo dell’arte contemporanea. Per questo il ritratto non è custodito dentro un padiglione o un museo, ma vive all’aperto, visibile gratuitamente a chiunque attraversi quella parte della città. Turisti, studenti, residenti, visitatori della Biennale: tutti possono incontrare lo sguardo di Kouoh senza filtri né mediazioni. E forse è proprio questa dimensione pubblica a rendere il lavoro così potente. Venezia, durante la Biennale, è spesso attraversata da opere destinate a scomparire nel flusso continuo degli eventi. Questo murale invece sembra fermare il tempo. Trasforma una facciata urbana in un luogo di memoria collettiva e restituisce centralità a una figura che ha cambiato il modo di pensare le istituzioni artistiche contemporanee.

Ora, lungo il Rio della Tana, il suo volto continua a osservare la città. E mentre le barche passano lente sull’acqua e i visitatori si fermano per fotografare quel grande ritratto dorato, il murale di Adams riesce in qualcosa di raro: trasformare il ricordo in presenza, e la commemorazione in un’immagine di luce.



