Art & Antiquities Blockchain Consortium: la tecnologia a servizio dell’arte

Vittorio Calabrese, consulente di arts management e Senior Associate di AEA Consulting, ci ha spiegato come le nuove tecnologie possono ridefinire il rapporto tra patrimonio, governance e diplomazia culturale

Le nuove tecnologie hanno un generale impatto sulla governance del patrimonio culturale. In questo scenario Art & Antiquities Blockchain Consortium (AABC), un gruppo di lavoro che include diverse professionalità provenienti da differenti background ed esperienze, nell’area del patrimonio culturale, ha dato vita a diversi progetti, con l’obiettivo di creare standard comuni, strutture di governance e avviare progetti collaborativi con le comunità di riferimento. Ne parliamo con Vittorio Calabrese, consulente nell’ambito di progetti di governance di patrimoni culturali pubblici e privati.

In due parole, che cos’è Art & Antiquities Blockchain Consortium? Chi l’ha fondato, chi ne fa parte e quale visione guida il suo lavoro?

Art & Antiquities Blockchain Consortium, fondato da Susan de Menil, nasce da una domanda molto concreta: come affrontare in modo più trasparente, responsabile e costruttivo il destino di opere bloccate da provenienze incerte, da dispute irrisolte o da zone grigie della normativa.

AABC riunisce competenze eterogenee: diritto dell’arte, tecnologia, ricerca sulla provenienza e diplomazia culturale. Questa interdisciplinarità è fondamentale. L’obiettivo non è semplicemente applicare la tecnologia al mondo dell’arte, ma costruire un sistema più avanzato per affrontare questioni che oggi restano spesso bloccate tra rischi legali, inerzia istituzionale e mancanza di strumenti condivisi.

La visione di AABC è spostare la conversazione da un terreno puramente oppositivo a uno più collaborativo, non per semplificare problemi complessi, ma per creare le condizioni per affrontarli meglio. Oggi questa visione entra in una nuova fase grazie a un progetto di ricerca avviato in Italia con SDA Bocconi: rappresenta un passaggio importante, poiché porta questo lavoro in un ambito strutturato di ricerca applicata, con l’obiettivo di sviluppare strumenti concreti per la trasparenza, la tracciabilità e la gestione delle opere di provenienza incerta.

Il dibattito sulla proprietà dei beni culturali ha messo alla prova musei, case d’asta, commercianti d’arte e collezionisti per decenni. Negli ultimi anni l’attenzione si è concentrata sempre di più sulla restituzione. Quali sono negli Stati Uniti i casi più significativi?

Negli Stati Uniti, il tema della restituzione delle opere d’arte è diventato molto più visibile e urgente. Negli ultimi anni abbiamo assistito a restituzioni importanti da parte di grandi musei e collezioni, spesso in seguito a nuove ricerche sulla provenienza, a pressioni diplomatiche o a indagini delle autorità. Penso ai casi che hanno coinvolto istituzioni come il Metropolitan Museum of Art, il Cleveland Museum of Art o il Getty, con restituzioni a paesi come l’Italia, la Grecia, l’Egitto, l’India e la Turchia.

Ma ciò che trovo più interessante non è solo l’aumento dei casi, bensì il cambiamento di clima. Oggi il tema non può più essere trattato come una questione marginale o puramente difensiva, perché riguarda il ruolo stesso delle istituzioni, la loro credibilità e il loro rapporto con il pubblico, con i paesi e con le comunità di origine. Alcuni precedenti hanno anche mostrato che, tra il possesso permanente e la restituzione immediata, possono emergere forme più intelligenti di collaborazione, come la custodia temporanea, l’esposizione condivisa o accordi strutturati. Ed è proprio su questa linea che AABC prova a intervenire: non negando il conflitto, ma cercando di aprire uno spazio più maturo per affrontarlo.

Poche istituzioni stanno esplorando davvero come la tecnologia avanzata possa promuovere il dialogo e nuove soluzioni per le controversie sul patrimonio culturale. In che modo la blockchain può offrire strumenti innovativi?

Il punto non è usare la blockchain come scorciatoia o parola magica, ma capire se la tecnologia possa creare le condizioni per una maggiore trasparenza, una maggiore fiducia e nuove forme di cooperazione.

Nel patrimonio culturale abbiamo spesso informazioni incomplete, archivi frammentati, passaggi opachi, posizioni inconciliabili e diversi livelli di accesso ai dati. In questo contesto, introdurre una tecnologia che consenta di registrare informazioni e diritti in modo sicuro, trasparente, tracciabile e verificabile può rivelarsi molto utile. Non perché risolva automaticamente una controversia, ma perché aiuta a costruire una base più solida da cui partire.

L’aspetto chiave è la possibilità di superare una logica binaria. Oltre alla proprietà, esistono diritti d’autore, accordi per il prestito e la custodia di opere d’arte, forme di accesso ai contenuti, responsabilità legate alla conservazione, licenze d’uso e modelli di condivisione del valore. La blockchain rende questi aspetti più leggibili e facilmente negoziabili. E più un problema è leggibile, più diventa governabile.

AABC ha creato un registro per la gestione e il tracciamento degli artefatti sulla blockchain. In cosa consiste questo registro e come è stato sviluppato?

Più che di un semplice registro, parlerei di una struttura progettata per integrare l’opera in un sistema di documentazione, verifica e possibile attivazione. L’idea è associare a ciascun oggetto un’identità digitale che raccolga dati sulla provenienza, elementi giuridici, informazioni archivistiche, expertise, livelli di riservatezza e accordi relativi ai prestiti, alla custodia, all’esposizione o alla circolazione internazionale delle opere.

Il valore di questo approccio sta proprio nel non separare tecnologia e contesto. AABC nasce dal dialogo tra figure che conoscono il patrimonio culturale da prospettive diverse e sanno bene che non basta creare un database. È necessario pensare insieme alla trasparenza, alla tutela, alla reputazione, all’accesso, alla due diligence e alla diplomazia culturale.

In che modo la AABC Artifact Solution apporta vantaggi agli stakeholder?

Il primo vantaggio è molto semplice: prova a portare alla luce ciò che oggi resta nell’ombra. Esistono moltissime opere che, per ragioni legate alla provenienza, all’incertezza giuridica o al rischio reputazionale, rimangono di fatto immobilizzate. Non vengono esposte, non vengono studiate, non vengono prestate e spesso non vengono nemmeno discusse apertamente. Questo non genera tutela, genera solo stallo.

Per i musei, uno strumento come quello sviluppato da AABC può offrire un modo più responsabile per affrontare opere complesse. Per i collezionisti e gli operatori del mercato, può portare maggiore chiarezza nelle operazioni di due diligence e ridurre aspetti quali l’opacità nelle transazioni. Per studiosi e autorità, può migliorare la tracciabilità delle informazioni. Per i paesi e le comunità di origine, può aprire nuovi spazi di interlocuzione e partecipazione, favorendo la collaborazione, la custodia condivisa, l’accesso, la ricerca e la visibilità pubblica.

In fondo, il contributo di AABC è proprio questo: spostare il dibattito dalle controversie sulla proprietà verso una riflessione più ampia su responsabilità, trasparenza e valore culturale condiviso. Anche la collaborazione con SDA Bocconi, in Italia, va in questa direzione, con l’obiettivo di costruire un quadro di ricerca serio e applicabile, capace di trasformare un rischio percepito in un’opportunità di emersione, di conoscenza e di cooperazione.

Vittorio Calabrese è un consulente di arts management. Attualmente ricopre la posizione di Senior Associate presso AEA Consulting. Vittorio vanta una vasta esperienza nel settore museale, nelle organizzazioni non profit, nella filantropia e nelle iniziative di ricerca. Dal 2015 al gennaio 2024, Vittorio ha ricoperto il ruolo di direttore esecutivo fondatore del Magazzino Italian Art, un museo privato a Cold Spring, New York, dedicato all’arte italiana del dopoguerra e contemporanea, fondato da Nancy Olnick e Giorgio Spanu. Prima della sua nomina al Magazzino, ha ricoperto incarichi presso gallerie, case d’asta e istituzioni private. Nato in Irpinia, in Italia, ha conseguito un MBA presso la Columbia Business School, un master in Storia dell’arte e del mercato dell’arte: moderna e contemporanea presso Christie’s Education di New York, una laurea triennale e un master in Gestione delle istituzioni governative e internazionali presso l’Università Bocconi di Milano.