“È arrivato il momento di ascoltare le tonalità minori”: così si chiude il testo scritto da Koyo Kouoh, curatrice della Biennale. Nonostante la sua scomparsa prematura, la sua visione resta il filo conduttore di questa edizione, che prende forma attorno a un’idea precisa: dare spazio a ciò che non si impone, ma insiste nel tempo.
Nella musica le tonalità minori costruiscono profondità e complessità emotiva, restando spesso sullo sfondo mentre definiscono l’intera composizione. Allo stesso modo, la curatrice immaginava una Biennale fatta di armonie laterali, di voci che resistono alla confusione del presente e di forme di bellezza che nascono proprio dentro le fratture. In questa sinfonia diretta da Kouoh, alcuni Padiglioni emergono come note sensibili, che valgono la pena di essere ascoltate.
IT NEVER SSST, Padiglione Belgio
Il progetto, ideato da Miet Warlop e curato da Caroline Dumanlin, incarna perfettamente la tensione sottocutanea tra fragilità e resistenza. All’interno del Padiglione prenderà forma ogni giorno quella che viene descritta dall’artista stessa una “scultura vivente e sonora”, un’esperienza immersiva che coinvolgerà direttamente i visitatori. Al centro della performance si impone il ritmo frenetico della vita contemporanea, tradotto in azioni e coreografie affidate a tre cheerleader, i cui gesti oscillano tra precisione e sfinimento, trasformando lo spazio in una macchina scenica in continua tensione. I loro corpi diventano così strumenti del linguaggio, dando vita ad un rituale che simboleggia la resistenza all’immobilità e il bisogno di relazionarsi in una società sempre più isolata. Ad amplificare questa tensione interviene la colonna sonora realizzata dall’etichetta DEEWEE, che intreccia sonorità elettroniche e pulsazione fisica.

Things to Come, Padiglione Danimarca
Curato da Chus Martínez e ideato dell’artista Maja Malou Lyse prende il titolo dal film di fantascienza del 1936 ispirato a H. G. Wells, e lo riporta nel presente per indagare un punto di contatto sempre più stretto tra scienza, immaginario e pornografia, in un’epoca in cui le immagini non sono più soltanto rappresentazioni ma forze che agiscono sul corpo e sulla realtà. A partire da ricerche scientifiche recenti sugli effetti degli stimoli sessuali virtuali e sul declino globale della fertilità maschile, il padiglione riflette su un presente in cui tecnologia e media si comportano insieme come minaccia e possibilità, mentre desiderio, riproduzione e relazioni vengono profondamente ridefiniti.
Realizzato con Common Accounts e il collettivo DIS, il progetto si presenta come una grande installazione video immersiva in cui immaginario erotico, linguaggio scientifico e narrazione speculativa si sovrappongono fino a dissolvere i confini tra naturale e artificiale. Il risultato è una visione sospesa e quasi elegiaca, in cui la pornografia e la riproduzione appaiono come residui di un sistema in trasformazione: non tanto uno sguardo sul futuro del sesso, quanto un suo attraversamento al limite, come se il padiglione abitasse l’istante in cui un mondo smette di essere pienamente riconoscibile e inizia a scomparire.

Escape Room, Padiglione Grecia
Con questo progetto, Andreas Angelidakis costruisce un ambiente che invita il visitatore a mettere in discussione il rapporto tra spazio, memoria e identità. L’architettura del padiglione si trasforma in un paesaggio instabile, fatto di elementi che richiamano l’antichità ma che si presentano in forma inattesa: grandi strutture morbide, quasi ludiche, che possono essere attraversate e riabitate. Le sue celebri “rovine soffici” smettono di essere oggetti da contemplare e diventano esperienze fisiche, suggerendo un’idea di passato che non è mai definitivo, ma continuamente rielaborato.
Attraverso un percorso fatto di frammenti e rimandi, emergono tracce della storia politica greca ed europea del Novecento, in cui costruzione nazionale e creazione del mito si intrecciano fino a confondersi. In questo spazio, la verità non si presenta come qualcosa di stabile, ma come una narrazione in continua trasformazione, prodotta e performata. In sintonia con In Minor Keys, il progetto lavora su una tonalità discreta ma persistente, mostrando come anche la storia, apparentemente solida, possa incrinarsi e aprire nuove possibilità di lettura.

Grass Babies, Moon Babies, Padiglione Giappone
A partire dalla propria esperienza di artista e genitore queer, Ei Arakawa-Nash – insieme alle curatrici Lisa Horikawa e Mizuki Takahashi – immagina un percorso che si configura come uno spazio condiviso, aperto a forme di interazione e di cura. Il padiglione invita i visitatori a prendere in braccio una delle numerose bambole disseminate nello spazio e a muoversi con esse all’interno dello spazio, accompagnati dalle voci dei figli gemelli dell’artista. Intorno, una costellazione di schermi alterna immagini d’archivio e produzioni contemporanee che mettono in discussione l’idea di un’identità giapponese compatta, restituendone invece una natura plurale e diasporica.
In questo ambiente, ogni gesto assume un valore simbolico: le bambole che osservano gli schermi sembrano custodire una memoria in divenire, mentre il pubblico è chiamato a partecipare attivamente, fino a compiere un atto intimo e concreto come cambiare loro i pannolini. Da questo gesto prende forma un rituale che, attraverso un codice QR, restituisce a ciascun partecipante una poesia unica, legata a date che intrecciano la “data di nascita” di ogni bambola ad eventi storici del Novecento. Ne emerge una riflessione delicata ma incisiva su cosa significhi prendersi cura del futuro: non solo proteggere, ma anche assumersi la responsabilità delle fratture del presente, in un processo continuo di riparazione e trasformazione.

L’orecchio è l’occhio dell’anima, Padiglione Santa Sede
Immerso nel silenzio del Giardino Mistico dei Carmelitani Scalzi e negli spazi del Complesso di Santa Maria Ausiliatrice, luogo segnato da continui interventi di restauro, il padiglione sceglie di sottrarsi al ritmo frenetico della mostra per affidarsi a una dimensione più lenta, in cui l’ascolto diventa strumento di consapevolezza. I curatori Hans Ulrich Obrist e Ben Vickers costruiscono il progetto a partire dalla figura di Ildegarda di Bingen – monaca, compositrice e teologa – che concepiva il suono come una forma di conoscenza capace di mettere in relazione il corpo con il mondo, il micro con il macrocosmo. In questo contesto, il padiglione si configura come uno spazio di risonanza più che di esposizione, dove l’esperienza si costruisce attraverso vibrazioni, pause e attraversamenti sensibili, invitando il visitatore a una forma di attenzione più profonda e dilatata.
Nel giardino, artisti, musicisti e poeti contemporanei – tra cui Brian Eno, Patti Smith, Meredith Monk e Caterina Barbieri – si confrontano con il suo immaginario attraverso opere sonore fruibili in modo intimo, tramite cuffie, mentre l’intervento di Soundwalk Collective registra e restituisce in tempo reale le vibrazioni dello spazio, rendendo ancora più sottile il confine tra ambiente e opera. All’interno del Complesso, Qui il padiglione assume la forma di uno scriptorium contemporaneo, ispirato agli antichi luoghi monastici dedicati alla copia e alla trasmissione dei testi: un ambiente pensato non tanto per contemplare, quanto per raccogliere e far circolare conoscenza.


The Fortress, Padiglione Paesi Bassi
L’artista Dries Verhoeven e la curatrice Rieke Vos hanno scelto di mettere in scena il sentimento di autoconservazione, che riflette la grande incertezza geopolitica che sta attraversando il mondo. Verhoeven trasforma l’architettura del Padiglione, progettato da Gerrit Rietveld e simbolo di fiducia verso il futuro, in una fortezza isolata dal resto del mondo. In questo modo, artista e curatrice prendono le distanze dall’ordine percepito come passatista, proponendo una serie di performance in cui i corpi degli attori diventano veicolo diretto di tensione. Le loro grida gutturali e suoni disturbanti, danno così forma a un paesaggio sonoro che restituisce il senso di disordine che attraversa la società contemporanea e la tenacia con cui gli individui – e le istituzioni come la Biennale – si aggrappano ai valori del passato.

Inter-Reality, Padiglione Cile
Ideato da Norton Maza e curata da Dermis León e Marisa Caichiolo, l’installazione si presenta come un’esperienza immersiva e multisensoriale che mette in relazione pubblici diversi e forme di conoscenza eterogenee, aprendo uno spazio di riflessione sulle nozioni di verità e convivenza. L’opera si accorda alla visione curatoriale di Koyo Kouoh, muovendosi in una tensione continua tra imponenza e dimensione poetica, tra ciò che appare stabile e ciò che invece si frantuma e si ricompone. Il reale viene attraversato come una materia instabile, moltiplicata in punti di vista diversi e filtrata attraverso dispositivi di illusione e simulazione che diventano strumenti percettivi.
L’installazione si costruisce come uno scenario partecipato, in cui l’immagine prende forma attraverso letture plurali e azioni situate nello spazio. Gli elementi che la compongono – una struttura architettonica incagliata su una massa rocciosa, i diorami al suo interno, la figura umana, la scaletta d’imbarco, il casco da pilota, il falco e un sistema di trasmissione energetica – funzionano come soglie simboliche che attivano memoria, senso di responsabilità e interrogazione su potere, verità e libertà. In questo intreccio, il lavoro affronta temi globali – come migrazione, crisi ecologica, disinformazione e tensioni politiche – da una prospettiva radicata nel Sud America.



