Si apre sotto un cielo incerto la giornata inaugurale della Biennale Arte 2026 riservata alla stampa e agli addetti ai lavori. Ai Giardini e all’Arsenale, sin dalle prime ore del mattino, migliaia di operatori del settore attraversano i cancelli in un clima sospeso, segnato da aspettative e tensioni che accompagnano la rassegna già da settimane. A pesare sull’avvio è anche la rinuncia ufficiale dell’Iran alla partecipazione nazionale, comunicata alla vigilia senza motivazioni pubbliche, che ridefinisce ulteriormente la geografia culturale di un’edizione già attraversata da frizioni geopolitiche.


Al centro dell’attenzione, inevitabilmente, la figura del presidente della Fondazione La Biennale di Venezia, Pietrangelo Buttafuoco. Atteso dai cronisti per un commento sulle polemiche che da circa due mesi attraversano la manifestazione, il presidente sceglie invece una strategia elusiva: «Parlo domani», dichiara con un sorriso, rinviando ogni presa di posizione alla conferenza stampa ufficiale. Anche se, durante il photocall, tra fotografi e operatori, Buttafuoco afferma ironicamente: «L’Italia sarà salvata dai fotografi».
Se il vertice istituzionale rimane in sospensione, è invece sul piano espositivo che emergono alcune delle questioni più sensibili. Tra queste, la riapertura del Padiglione russo, assente da anni e oggi nuovamente accessibile su invito. L’evento, costruito come una lunga performance collettiva tra musica, installazioni e ambienti immersivi, si sviluppa attorno al progetto The Tree is Rooted in the Sky, dove un grande albero domina lo spazio insieme a paesaggi sonori e visivi che evocano territori lontani. La curatrice sottolinea con decisione la necessità di mantenere l’arte autonoma rispetto alle contingenze geopolitiche: l’apertura del padiglione, afferma, rappresenta un gesto volto a favorire la conoscenza e la comprensione reciproche, ribadendo come «in un padiglione chiuso nulla può crescere».


Ma è forse fuori dai padiglioni ufficiali che la giornata rivela la sua dimensione più urgente. Ai Giardini, un gruppo di circa cento artisti — palestinesi e internazionali — dà vita a una protesta pacifica contro il conflitto in corso a Gaza. Indossando magliette con i nomi di colleghi scomparsi, gli artisti attraversano lo spazio espositivo in una sorta di processione silenziosa, accompagnata da un canto lento, quasi meditativo. Il gesto si conclude in cerchio, in un momento di raccoglimento che trasforma la protesta in rituale condiviso. «Non siamo numeri», affermano, rivendicando una presenza che è insieme politica e umana.


