Biennale di Venezia, uno scontro tra arte, politica e ragion di Stato

Il caso del Padiglione russo fa riflettere sul confine sottile tra autonomia culturale, legittimazione politica e responsabilità delle democrazie nello spazio pubblico globale

Uno scontro senza precedenti si sta consumando tra la Biennale d’Arte di Venezia e ilMinistero della Cultura. Al centro della contesa c’è la riapertura, dopo quattro anni – ossia dall’inizio della guerra in Ucraina – del Padiglione russo, concordata dalla prestigiosa istituzione veneziana con Mosca, che dal 1914 gestisce ed è proprietaria dello storico spazio ai Giardini. Una scelta difesa con determinazione dal presidente della Biennale, Pietrangelo Buttafuoco, per il quale l’istituzione è una sorta di “Onu dello spirito”, dove escludere un Paese significherebbe introdurre un principio di censura incompatibile con la sua natura stessa.

Ma la decisione è stata fortemente avversata dal ministro della Cultura Alessandro Giuli, che non solo ha annunciato che non sarà presente il 9 maggio all’inaugurazione della manifestazione, ma ha anche inviato a Ca’ Giustinian una squadra di ispettori con il compito di estendere il perimetro dell’indagine anche ad altri due dossier, Israele e Iran. L’obiettivo sarebbe quello di chiudere il contenzioso prima dell’apertura. Probabilmente attraverso un commissariamento della Fondazione. E per procedere in questa direzione, secondo quanto filtra da ambienti di governo, il ministro si muoverebbe in sintonia con la linea espressa pubblicamente dalla premier Giorgia Meloni, che ha manifestato il proprio dissenso rispetto alla posizione della Biennale.

Difficile, tuttavia, che Buttafuoco ceda. Gli altri membri del Cda della Fondazione sono il vicepresidente e sindaco di Venezia Luigi Brugnaro, il presidente della Regione Veneto Luca Zaia e Tamara Gregoretti, rappresentante del Ministero nel Cda. Hanno fatto tutti quadrato intorno a lui. Brugnaro afferma che «il governo fa bene a restare coerente con le posizioni dell’Europa» e che il ministro «fa il ministro della Repubblica Italiana, schierata senza se e senza ma con l’Ucraina», ma ribadisce che Venezia è «la città del dialogo», che la cultura deve restare uno spazio di diplomazia e «la Biennale serve alla pace e, se vogliamo la pace, dobbiamo dialogare».

Poi c’è Gregoretti, alla quale Giuli ha chiesto di rimettere il mandato per il venir meno del rapporto di fiducia, non avendo informato il Ministero né della possibile presenza della Russia alla Biennale né del proprio voto favorevole. La sua posizione è però netta: «Sono serena e non ho intenzione di dimettermi, perché ho agito nel rispetto dello Statuto della Biennale di Venezia e della sua autonomia, in base al quale i componenti del Cda non rappresentano coloro che li hanno nominati, né a essi rispondono».

Quanto a Zaia, «l’invio degli ispettori del Ministero alla Biennale rientra pienamente nelle prerogative del Governo», ha scritto in un comunicato, “e su questo non ho nulla da eccepire». Tuttavia ha aggiunto: «Possono esserci posizioni diverse, ed è legittimo. Ma c’è un dato che non può essere messo in discussione: la Biennale di Venezia è da sempre un luogo di pace, di diritti, di confronto tra culture. Non è il terreno dello scontro politico, né tantomeno un’arena in cui si processano gli artisti, che non sono e non possono essere considerati dei guerrafondai». «Oggi davvero pensiamo che la priorità, per l’Europa e per la comunità internazionale, sia discutere della presenza di artisti russi, o di altri Paesi, alla Biennale? – ha proseguito il governatore del Veneto- I cittadini hanno ben chiaro il quadro: la Russia è l’aggressore e l’Ucraina l’aggredita. Ma questo non può tradursi in una messa sotto accusa della cultura. Abbiamo visto atleti russi partecipare alle Paralimpiadi: segno che esistono ambiti in cui il confronto resta aperto, spazi nei quali si può riallacciare un dialogo nella speranza della pace. La Biennale appartiene a questa dimensione».

Per comprendere la portata e la complessità della questione occorre partire da una considerazione: il rapporto tra arte e potere è una costante della storia occidentale. Non è un caso che essa sia piena di capolavori nati dentro sistemi di potere fortissimi. Le opere commissionate dalla Chiesa nel corso dei secoli, a grandi artisti, da Michelangelo a Raffaello a Caravaggio, sono tra le massime espressioni del genio occidentale. E tuttavia erano anche parte di un apparato religioso e politico che attraverso l’arte costruiva linguaggi simbolici, autorità e forme di legittimazione e autocelebrazione. Se si applicasse oggi un criterio di esclusione basato sull’origine politica o istituzionale delle committenze, gran parte della storia dell’arte occidentale avrebbe probabilmente incontrato difficoltà a trovare spazio in contesti espositivi come la Biennale. Ed è questo il punto richiamato da Buttafuoco: l’arte non può essere ridotta al contesto politico da cui proviene, pena la perdita della sua autonomia e della sua vocazione universale.

Ma proprio una simile lettura storica, se da un lato rafforza l’idea dell’autonomia dell’arte, dall’altro non elimina la domanda che ci si pone nel presente. Il rapporto tra arte e potere non è un dato immobile della storia. E oggi non si tratta più di committenze religiose o dinastiche, ma di Stati e regimi inseriti in conflitti geopolitici aperti. È in questo quadro che si colloca la posizione del ministro Alessandro Giuli, che non contesta il principio della libertà artistica in sé, ma solleva una questione diversa: cosa accade quando uno spazio culturale rischia di diventare, pur indirettamente, parte di una strategia di legittimazione politica?

In questo snodo si innesta anche il tema della ragion di Stato, cioè la necessità per le democrazie di confrontarsi con contesti internazionali in cui la circolazione della cultura non è mai del tutto separata dagli equilibri di potere e dalle logiche del conflitto. L’idea di un’arte sempre e comunque libera entra in crisi quando si confronta con sistemi in cui la libertà è limitata o negata. In questo contesto, riaprire il padiglione russo nel pieno di una guerra non è un gesto neutrale: produce inevitabilmente un significato politico, che non può essere dissolto rifugiandosi nell’astrazione di una cultura “al di sopra” della storia. Perché la storia, semplicemente, non lo consente. Questo non significa accettare che la politica detti legge all’arte. Significa piuttosto riconoscere che, quando entra nello spazio pubblico, l’arte non può sottrarsi alle condizioni del reale. Tra queste vi è anche l’esistenza di regimi che utilizzano la cultura come strumento di legittimazione. La vera alternativa, allora, non è tra libertà e censura, ma tra consapevolezza e rimozione della realtà.

Se Buttafuoco, dunque, difende il principio nobile dell’autonomia della cultura, con il rischio però di trasformarlo in una mera astrazione proprio nel momento in cui la realtà lo mette alla prova, Giuli ha il merito di porre una domanda scomoda esponendosi a possibili accuse di ingerenza politica: può esistere arte libera dentro un sistema che libero non è? Non è una domanda nuova, ma è una domanda che l’Europa oggi è costretta a riprendere. Perché lo scontro sulla Biennale non riguarda solo Venezia. Riguarda il modo in cui le democrazie affrontano la propria apertura quando si confrontano con chi quell’apertura non la condivide. Nel 1977 la Biennale, sotto la direzione di Carlo Ripa di Meana, scelse di dedicare un’intera edizione al dissenso nei Paesi dell’Europa orientale. In piena Guerra fredda, Venezia non offrì spazio al sistema sovietico, ma agli artisti perseguitati da quel sistema. Fu una scelta tutt’altro che neutrale: una presa di posizione chiara, che trasformò l’arte in strumento di verità contro la narrazione ufficiale del potere. Fu una decisione politica nel senso più alto del termine. Venezia scelse da che parte stare, e lo fece in nome della libertà. È questo il nodo che torna oggi: non se l’arte debba essere libera, ma come la libertà si traduca in scelte quando la storia la mette alla prova.