Senza alcuna retorica, sono un forte ammiratore del riutilizzo. Non di quello dichiarato, brandizzato, esibito, ma di quello semplice e spontaneo. Quello che nasce senza il bisogno di essere raccontato, perché riutilizzare qualcosa che non è nata per svolgere una certa funzione, richiede sempre una certa inventiva, ed è proprio questa inventiva che mi affascina.
Ogni volta che ho preso il traghetto da Bari per andare in Albania, dove ho trascorso periodi di lavoro legati a diversi progetti, non sono mai rimasto deluso. Non tanto per ciò che cercavo, quanto per ciò che trovavo: una concentrazione sorprendente di soluzioni inattese ed estremamente efficaci.
Penso ad alcune statue del Realismo Socialista, abbattute dopo la fine del totalitarismo e poi riutilizzate dagli stessi scultori che le avevano inizialmente realizzate. Rimasti orfani del sistema che le aveva commissionate, hanno da queste scolpito altro. È il caso della grande statua in marmo di Argirocastro dedicata ad Enver Hoxha, trasformata in piccoli monumenti funebri privati, dispersi nei cimiteri locali.
Oppure al mitologico autobus della linea metropolitana di Tirana, marchiato Go Green, che a causa di un incidente è rimasto incastrato tra le due sponde del fiume Lana. Da quel momento, gli abitanti hanno iniziato ad usarlo come un ponte. Non simbolicamente: ma per attraversare a piedi da una parte all’altra il fiume, incorporandolo nella quotidianità come se fosse sempre stato lì.
E ancora: le macerie di un edificio demolito sono utilizzate come base per disegnarci sopra lo schema di un antico gioco da tavolo. I frammenti dei mattoni forati, con il loro colore argilloso, diventano delle pedine facilmente distinguibili da quelle avversarie, realizzate invece con piccoli detriti biancastri.

Uno scheletro di cemento, lasciato non finito sul mare, viene riadattato a stalla per capre. Un altro piano mai finito, sempre vista mare, utilizzato come terrazza coperta: per cucinare, arrostire, festeggiare, ma anche semplicemente per stare.
Un bunker in cemento armato, affacciato sul lago di Ocrida, è stato trasformato in una piccola cappella ortodossa, con le icone appese alle pareti e segni evidenti di una frequentazione quotidiana. Le trasformazioni dei bunker albanesi – centinaia di migliaia disseminati sul territorio – sono ormai note, al punto da avere stimolato la realizzazione di diversi progetti editoriali ed artistici. Ma ciò che colpisce non è mai il progetto artistico, quanto la naturalezza del gesto: l’appropriazione che avviene senza dichiarazioni e senza intenzioni estetiche.
Persino le fusoliere degli aerei precipitati sono state riadattate a serbatoi d’acqua posizionati ora sui tetti delle case di campagna, assumendo una nuova funzione senza perdere del tutto la memoria della precedente. Stessa cosa successa anche alla grande piramide dedicata a Enver, dove le pareti oblique di quest’edificio commemorativo, una volta abbandonato, sono state riutilizzate dai ragazzini della capitale che, per anni, ne hanno fatto un grande scivolo.
Naturalmente quest’attitudine non è esclusiva dell’Albania, ma lì appare più diffusa, quasi implicita, come se facesse parte di un modo di stare al mondo.
Durante un recente viaggio di lavoro in Croazia, a Zara, ho visitato la Chiesa di San Donato. Sorge sul sito dell’antico foro romano ed è costruita anche con frammenti di colonne e fregi antichi, , riutilizzati qui come materiale da costruzione. Non come memoria, ma come base: elementi che smettono di essere simboli per tornare a essere materia.
Lungo la costa adriatica pugliese – da Bari in giù – ci sono diverse antiche aree estrattive sul mare. Oggi riutilizzate dai bagnanti: ogni estate diventano piscine, gradoni, punti d’appoggio. Un riutilizzo inconsapevole, testimoniato anche dal linguaggio. Locali e non, ne parlano spesso come di «piscine naturali» quando si tratta in realtà di cavità artificiali, scavate durante l’estrazione della pietra.

In questo continuo andirivieni, da un lato all’altro dell’Adriatico, ho capito quanto il riutilizzo sia centrale nel mio modo di guardare le cose, forse è per questo che torno spesso in Albania. Lì questa pratica è stata per anni parte integrante della vita quotidiana; non una scelta estetica, ma una necessità che col tempo è diventata un’attitudine collettiva.
C’è qualcosa di intrinsecamente ironico nel prendere un oggetto e usarlo per tutt’altro, avviene uno scarto rispetto alla funzione originaria che apre a possibilità inattese. Quando nasce da una necessità effettiva – nel caso dell’utilizzo di rovine monumentali come fossero materiale da costruzione – ma anche quando l’esigenza è più gratuita, ludica: una lattina schiacciata che diventa una palla, un oggetto qualsiasi che si trasforma in gioco.
A volte è la casualità stessa a suggerirne il riutilizzo, come nel caso del bus-ponte. Riutilizzare è, in fondo, un modo per ridere della fine delle cose. Perché qualcosa finisce sempre: un oggetto, una città, un’epoca. Ma questa fine non è definitiva, arriva sempre qualcuno a rimettere in circolo ciò che resta, a dargli una nuova funzione, spesso lontana da quella iniziale. E questa è una buona notizia.
Forse l’unico destino davvero triste è la musealizzazione. Il museo non è, in fondo, un tentativo di congelare la vita, di sottrarla al suo fluire? Il riutilizzo, al contrario, è quasi sempre un segno di vitalità. Oggi, le rovine romane di Zara, non prendono forse ancora più forza evocativa viste così frammentate in mezzo ad altre pietre utilizzate per costruire la Chiesa di San Donato? Rispetto a vederle semplicemente musealizzate?
Mi piace pensare che anche queste pagine possano essere riutilizzate. Magari non lette, ma piegate per farne aeroplanini di carta da lanciare dal balcone. Se fossero state più grandi, si sarebbero potute usare come si faceva un tempo con i quotidiani: per incartarci il pesce.
Mi accorgo che mentre scrivo e correggo queste parole, sto facendo esattamente ciò che metto in discussione. Forse è inevitabile.
Credo che in Albania sia stata fertile questa forma di ironia proprio per via della sua storia recente. Il passaggio da un comunismo chiuso a un capitalismo digitale ha creato una zona intermedia, un lungo vuoto temporaneo: uno spazio in cui sistemi, regole e linguaggi non erano ancora definiti.
È in questi vuoti che l’inventiva trova più spazio, prima che nuove sovrastrutture tornino a occupare ogni interstizio. Poi, inevitabilmente, un sistema prende il posto dell’altro, riempie gli spazi fisici e mentali e così si riducono anche i margini d’improvvisazione. Una cappa sostituisce l’altra.
Ricordo che, anni fa, tornando in traghetto da Durazzo a Bari, avevo sempre la sensazione di rientrare in una città ordinata, quasi vuota, a confronto con il caos vitale dell’altra sponda. Col tempo, questa sensazione si è affievolita.


