È morto il 30 aprile 2026 Georg Baselitz, una delle figure più radicali e riconoscibili dell’arte contemporanea europea. Aveva 88 anni. Con lui scompare non solo un protagonista del neoespressionismo, ma un artista che ha saputo trasformare la pittura in un terreno di conflitto, memoria e provocazione.
Nato nel 1938 con il nome di Hans-Georg Kern, in una Germania ancora segnata dalla guerra, Baselitz crebbe letteralmente tra le macerie del secondo conflitto mondiale. Quell’esperienza originaria non fu mai un semplice sfondo biografico: divenne, piuttosto, il nucleo incandescente della sua ricerca. Le sue opere non raccontano la guerra in modo diretto, ma ne restituiscono il trauma, la disgregazione e il senso di perdita attraverso figure deformate, corpi spezzati e paesaggi inquieti.

Fin dagli esordi, Baselitz si impose come una voce fuori dal coro. In un’epoca dominata dal minimalismo e dall’arte concettuale, scelse una strada opposta: una pittura fisica, istintiva, carica di tensione emotiva. Ma fu alla fine degli anni Sessanta che compì il gesto destinato a renderlo celebre: capovolgere i suoi soggetti. Non un semplice artificio formale, ma una vera dichiarazione di intenti. Ribaltare l’immagine significava rompere l’automatismo dello sguardo, costringere chi osserva a confrontarsi con il quadro in modo nuovo, attivo, quasi scomodo.
Opere come L’uomo all’albero (1968) o la serie de Il bosco capovolto (1969) segnano questo passaggio decisivo. Le figure, sospese e invertite, sembrano perdere ogni stabilità, diventando simboli di un’umanità disorientata. In quelle immagini non c’è solo sperimentazione visiva, ma una riflessione profonda sulla condizione esistenziale del dopoguerra.
Nel corso della sua lunga carriera, Baselitz ha attraversato decenni di trasformazioni artistiche senza mai perdere la propria identità. Pittore, scultore, incisore, ha costruito un linguaggio coerente e al tempo stesso in continua evoluzione. Le sue opere, spesso crude e provocatorie, hanno sempre rifiutato ogni idea di armonia rassicurante, scegliendo invece il conflitto come motore creativo.

Importante anche il suo legame con l’Italia, in particolare con Firenze, città che lo accolse negli anni Sessanta e che continuò a rappresentare per lui un punto di riferimento culturale. Non a caso, poche settimane prima della sua morte, era stata inaugurata una grande mostra antologica al Museo Novecento, quasi un ritorno simbolico nei luoghi che avevano contribuito alla sua formazione.
Baselitz ha spesso definito la pittura come un atto di esistenza più che di rappresentazione. “Il quadro è una superficie che uso per esistere”, affermava. Una dichiarazione che riassume perfettamente la sua visione: l’arte non come prodotto finito, ma come processo, gesto, necessità.
La sua scomparsa chiude una stagione fondamentale dell’arte contemporanea, ma il suo lavoro continua a interrogare il presente. Le sue immagini capovolte, ancora oggi, non smettono di sfidare lo sguardo e di mettere in discussione le certezze visive e culturali. Più che un’eredità, quella di Baselitz è una tensione ancora aperta: un invito a guardare il mondo da un’altra prospettiva, anche quando — o soprattutto quando — risulta scomoda.


