Il progetto “Artista alla GNAMC“, promosso e organizzato dalla direttrice Renata Cristina Mazzantini, propone, sulla scia delle grandi istituzioni internazionali, un programma di visiting artist. Così, dopo Emilio Isgrò e Mario Ceroli, a varcare la soglia della Galleria Nazionale d’Arte Moderna e Contemporanea di Roma e ad avere una sala dedicata alla sua ricerca, è una donna.
«L’energia di Marinella Senatore, racconta un universo creativo multiforme, ovunque festoso e decisamente femminile. Attraverso un linguaggio multidisciplinare e un segno colto e deciso, le opere esposte e donate al museo testimoniano l’impegno etico di un’indiscussa protagonista dell’arte partecipativa. Iniziando con l’Accademia di Belle Arti di Roma, nei prossimi mesi l’artista incontrerà gli studiosi, gli studenti e la cittadinanza, trasformando il museo in un teatro di esperienze creative collettive e condivise» esordisce durante la conferenza stampa di presentazione la direttrice Mazzantini. Preziosissimo e fondamentale il sostegno degli sponsor istituzionali del museo, Autostrade per l’Italia, Banca Ifis, Enel, Fondazione Roma, Gruppo Fs, Intesa Sanpaolo, Maire e Webuild grazie ai quali è stato possibile acquisire nella collezione museale due collage dal titolo The Creation of a Context e quattro arazzi della serie The Theatre of Commons.



Remember The First Time You Saw Your Name è invece il titolo dell’opera donata dall’artista. L’installazione luminosa allude immediatamente a una dimensione intima e collettiva, a una identità in cui il singolo si riconosce solo se parte di un tutto. “Abbiamo completamente smarrito il mondo, ne siamo stati spossessati”, scriveva il filosofo francese Gilles Deleuze evocando una condizione di alienazione profonda, di chi vive nel mondo ma non riesce più a riconoscerlo: uno smarrimento che riguarda tanto lo spazio pubblico quanto quello simbolico, dove identità e relazioni sembrano sempre più mediate e sottratte all’esperienza diretta. La pratica di Senatore, che espone per l’occasione più di 40 opere tra disegni, collage e arazzi, interviene proprio su questa frattura e pur muovendosi entro strutture e geometrie concettuali diffuse nello spazio e nel tempo, dell’uomo si prende cura, sforzandosi a costruire il senso delle cose, anche quelle che sembrano ormai perdute.


«Il mio intento – spiega l’artista – è quello di poter portare in una delle istituzioni più importanti del nostro paese, le periferie e tutti quei cittadini che non sono mai entrati in un museo. Le persone chiedono che l’arte e la cultura abbiano a che fare con le loro vite e io come artista sento davvero di avere un ruolo sociale, come ogni essere che vive su questa terra. La grande crisi di oggi – continua – è ripensare alla comunità e al senso di appartenza: è per questo che creo un contesto in cui le persone possono partecipare. Tutte le figure umane che vedete nei miei lavori, sono persone che ho realmente conosciuto e le frasi che invece leggete, sono pensieri altrettanto condivisi durante i laboratori di scrittura».

Sono parole che chiariscono perfettamente come, per Senatore, l’opera non sia mai un punto di arrivo ma piuttosto la traccia visibile di un processo collettivo. Una poetica che del resto, rispecchia perfettamente la visione istituzionale della direttrice Mazzantini: «un luogo dove la cultura si fa, un museo sempre più inclusivo e vicino alle persone, poichè l’arte è uno strumento pedagogico che può migliorare la qualità della vita». D’altronde, l’intera storia dell’arte è un esistenza in bilico, a volte incerta e dubbiosa nei suoi passi,ma pur sempre crocevia di storie, di mani e talenti che l’hanno resa possibile. «E se non torniamo a celebrare le persone, del mondo, che cosa rimane?» – si chiede, e ci ricorda, Marinella.


