C’è un paradosso che si ripete ormai da qualche edizione alla Biennale di Venezia: mentre i padiglioni nazionali cercano di inseguire l’attualità – tra geopolitica, identità e narrazioni più o meno urgenti – è il Padiglione della Santa Sede a proporre alcune delle operazioni più convincenti e radicali. Non per provocazione, ma per una linea precisa che negli anni si è chiarita: spostare l’arte fuori dai suoi contesti abituali e sottrarla a una fruizione veloce, costruendo esperienze che obbligano il pubblico a cambiare ritmo.
Nel 2026 questo approccio si rafforza anche per una scelta significativa: la curatela è affidata a Hans Ulrich Obrist, insieme a Ben Vickers, con la collaborazione di Soundwalk Collective. Obrist è una delle figure più influenti dell’arte contemporanea a livello internazionale, e la sua presenza segna un salto evidente nel posizionamento del padiglione, sia per la rete di artisti coinvolti sia per la costruzione complessiva del progetto.

Il punto di partenza è The Ear is the Eye of the Soul – L’orecchio è l’occhio dell’anima, un titolo suggerito da Alexander Kluge, gigante del cinema tedesco scomparso solo un mese fa, che indica la direzione: spostare l’arte dall’occhio all’orecchio. In una Biennale che resta una macchina eminentemente visiva, è una scelta tutt’altro che neutra. Il padiglione si sviluppa tra il Giardino Mistico dei Carmelitani Scalzi a Cannaregio e il Complesso di Santa Maria Ausiliatrice a Castello, ma più che due sedi sono due modalità diverse di costruire attenzione.
Al centro del progetto c’è Ildegarda di Bingen (1098–1179), badessa benedettina, compositrice, autrice di testi scientifici e di una vasta corrispondenza politica. Una figura che potrebbe facilmente scivolare nel decorativo e che invece viene usata come dispositivo: una delle poche intellettuali del suo tempo capace di tenere insieme sapere, spiritualità e intervento nel mondo. Il riferimento funziona proprio perché non viene trattato come simbolo, ma come struttura. Su questa base si innesta una delle liste di artisti più solide della Biennale. Non tanto per quantità, quanto per densità. Ci sono figure che da sole definiscono un campo – Brian Eno, Patti Smith, Jim Jarmusch – e che qui non appaiono come nomi da esibire, ma come autori coerenti con l’impianto del progetto. Accanto a loro, una costellazione che tiene insieme generazioni e linguaggi senza forzature: FKA Twigs, Meredith Monk, Suzanne Ciani, Terry Riley, Kali Malone. E poi una fascia più recente ma decisiva, con artisti che lavorano sul suono come ambiente e infrastruttura – Devonté Hynes, Caterina Barbieri, Holly Herndon & Mat Dryhurst, Laraaji, Moor Mother – insieme a figure come Kazu Makino, Carminho, Bhanu Kapil e Raúl Zurita, e agli artisti visivi Otobong Nkanga e Precious Okoyomon. La presenza delle monache benedettine dell’Abbazia di Eibingen non è una citazione ma una continuità reale, che riporta il lavoro su Ildegarda a una dimensione non museale.

Questo livello non arriva per caso. Nel 2024, con Con i miei occhi, il Padiglione della Santa Sede aveva già segnato una svolta scegliendo il carcere femminile della Giudecca come sede e coinvolgendo artisti come Maurizio Cattelan, Claire Fontaine, Simone Fattal, Sonia Gomes e Claire Tabouret. Lì il gesto era stato sottrarre l’arte alla logica dello spettacolo e della documentazione, eliminando di fatto la possibilità di una fruizione mediata dagli schermi. Nel 2026 quella stessa intuizione viene portata oltre: non solo limitare lo sguardo, ma ridefinirlo attraverso il suono.
Nel Giardino Mistico il pubblico si muove con le cuffie, incontrando composizioni che si attivano nello spazio e nel tempo. Le opere non sono tutte disponibili nello stesso momento, ma emergono mentre si attraversa il luogo, modificando ritmo e attenzione. È un dispositivo semplice, ma sufficiente a cambiare il comportamento del visitatore. Qui la presenza di Eno, Monk, Ciani o Riley acquista senso pieno: non come icone, ma come autori che hanno lavorato per decenni sul suono come spazio e come durata.
A Castello il progetto cambia registro. Lo spazio diventa uno scriptorium contemporaneo che mette insieme un archivio dedicato a Ildegarda – sviluppato con suor Maura Zátonyi – la liturgia sonora delle monache e soprattutto l’ultima opera di Alexander Kluge, scomparso nel marzo 2026. La sua installazione, articolata in dodici stazioni tra film e immagini, introduce una dimensione narrativa più densa e rappresenta uno dei nuclei più complessi del padiglione. Accanto a questo, la presenza di Ilda David’ e Tatiana Bilbao segnala una continuità con Opera Aperta del 2025, elemento raro in una Biennale che tende a ripartire da zero a ogni edizione.
Dire che il Padiglione della Santa Sede è “più avanti” dei padiglioni nazionali ha senso solo se si chiarisce in cosa. Non lavora sulla rappresentazione, ma sulle condizioni dell’esperienza: tempo, attenzione, percezione. In un contesto saturo di immagini e attraversato da tensioni geopolitiche, la scelta di rallentare e di spostare il baricentro sull’ascolto non è una fuga, ma una presa di posizione molto precisa. Ed è probabilmente per questo che, ancora una volta, il Padiglione della Santa Sede risulta sulla carta più convincente di molti padiglioni nazionali. Non perché dica di più, ma perché cambia il modo in cui ci si pone davanti alle opere.


