Al MET il Tempio di Dendur si trasforma in un palcoscenico per Giacometti

Dal 12 giugno all'8 settembre, la mostra “Giacometti in the Temple of Dendur” crea un incontro unico tra arte moderna e architettura antica

Tra le sale del museo di New York, dal 12 giugno all’8 settembre 2026, prenderà vita un incontro inusuale, sospeso tra epoche e luoghi lontani: da una parte il Tempio di Dendur, straordinaria architettura dell’antico Egitto e dall’altra le figure esili e inquietanti di Alberto Giacometti. In queste date, lo spazio sacro ricostruito nell’Ala Sackler farà da palcoscenico alla mostra Giacometti in the Temple of Dendur.

Il progetto, realizzato in collaborazione con la Fondazione Giacometti, riunisce diciassette opere dell’artista svizzero, tra gessi e bronzi, collocandole dentro e attorno al tempio. L’appuntamento si profila come un’occasione di importante rilievo, in quanto la sala viene solo eccezionalmente utilizzata per ospitare mostre. L’idea sembra andare oltre il semplice concetto di esposizione, sconfinando in una vera e propria narrazione, in cui le opere entrano in relazione diretta con l’architettura e con la sua memoria millenaria. Il tempio diventa così parte attiva del racconto, amplificando e trasformando la percezione delle sculture di Giacometti.

La mostra si inserisce in una linea curatoriale sempre più evidente, che mira ad abbattere ogni barriera tra dipartimenti e periodi storici, accostando linguaggi lontani – una direzione già messa alla prova con Flight into Egypt: Black Artists and Ancient Egypt, 1876-Now, dove reperti antichi dialogavano apertamente con opere contemporanee – che dimostrano però una forte sinergia. È proprio nell’arte egizia che le figure di Giacometti trovano una forte risonanza. Fin dagli anni Venti, l’artista guardava all’arte egizia come una grammatica in grado di rappresentare l’essenzialità della forma: nelle statue antiche riconosceva una presenza immobile e intensa, piena di carica spirituale.

Quelle suggestioni, maturate tra Firenze, Roma e soprattutto al Louvre, diventano una ricerca radicale sulla figura umana, ridotta a traccia fragile ma insistente. Nel Tempio di Dendur, questo dialogo emerge con particolare forza: Walking Woman (I), collocata nello spazio dell’offerta, sembra assumere la postura di una presenza rituale, mentre gruppi di figure come Women of Venice, disposte sulla terrazza, evocano una processione silenziosa, sospesa tra apparizione e dissolvenza.

“Giacometti è tornato continuamente alla domanda su come infondere il suo lavoro con l’esperienza di essere umano – ha dichiarato la curatrice Stephanie D’Alessandro – Il suo impegno sostenuto con l’antica arte egiziana offriva non solo chiarezza formale, ma un modello di come la figura potesse incarnare sia la quiete che l’intensità. Visto all’interno e intorno al Tempio di Dendur, le sue sculture affinano la nostra comprensione del suo sforzo per tutta la vita per distillare la presenza umana nella sua forma più essenziale.”

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