La Medina Triennial 2026 porta l’arte nel tessuto della città

Con 39 artisti e oltre 100 opere, l'esposizione si presenta come un progetto radicato nel territorio e plasmato dalla comunità di Medina

A due mesi dall’inaugurazione, prevista il 6 giugno 2026, ha già attirato l’attenzione del mondo dell’arte, non tanto per la formula, quella ormai familiare della rassegna diffusa, quanto per il luogo in cui prende forma. Medina è infatti un piccolo centro dello stato di New York affacciato sull’Erie Canal, lontano dall’area metropolitana, scelto come laboratorio per un’indagine che intreccia pratiche artistiche, ecologia e infrastruttura civica.

Intitolata All That Sustains Us e curata da Kari Conte e Karin Laansoo, la triennale rinuncia alla disposizione tipica delle White Cube e dissemina oltre 100 opere di 39 artisti negli spazi pubblici del villaggio, esponendole in spazi pubblici come scuole dismesse, piccoli musei locali e chiese. Il titolo, come spiegato dalle curatrici, riprende una riflessione formulata dall’artista Mierle Laderman Ukeles nel 1969: “cosa serve per far andare avanti le cose?” Una domanda che ad oggi rimane centrale nella ricerca di Ukeles e su cui si basa l’impianto curatoriale della rassegna. All That Sustains Us indaga quindi le forme di lavoro, conoscenza e responsabilità capaci di sostenere la vita civica, gli equilibri ecologici e l’ambiente costruito, soprattutto in momenti di estrema fragilità. Le opere raccolte nascono da un processo di ricerca e dialogo con gli artisti e restituiscono una coralità di prospettive, unite però dall’attenzione verso gli aspetti che tengono insieme le comunità, così come le condizioni che portano al deterioramento di tali strutture.

Ph: Hakan Topal

Grazie al sostengo della New York Power Authority e della New York State Canal Corporation, due enti responsabili della rete energetica e della manutenzione dei canali dello Stato, il progetto nasce dopo un anno di ricerca sul campo. La rassegna si basa su un’impostazione curatoriale precisa: limitare l’impatto ambientale della produzione artistica, privilegiando i processi locali e la costruzione di una relazione diretta con la comunità, i materiali e l’ecosistema del territorio. Da questa prospettiva si articolano poi altri temi, come il rapporto con la terra e con i processi estrattivi, la gestione delle acque, il lavoro e le pratiche di riparazione, la costruzione della sfera pubblica e i sistemi, tanto visibili quanto invisibili, che regolano la vita quotidiana.

Accanto a figure già consolidate nel panorama artistico come Lina Lapelytė, vincitrice del Leone D’Oro nel 2019, Tania Candiani, Asad Raza, Harun Farocki e Alice Bucknell, compaiono artisti la cui ricerca è incentrata su questioni geopolitiche, sociali ed ambientali. Tra questi l’artista nigeriana Victoria-Idongesit Udonian, che parteciperà anche alla Venice Biennale 2026, e il fotografo palestinese Taysir Batniji, che da anni riflette sulle condizioni di mobilità e conflitto. La pratica di Michael Wang si concentra sugli ecosistemi e sulle economie ambientali, mentre Jane Jin Kaisen indaga memorie diasporiche ed eredità coloniali. Selva Aparicio lavora invece con materiali naturali di scarto, trasformati attraverso tecniche artigianali come tessitura, intaglio e cucitura.

Tania Candiani, production still for Two Waters, 2026

Un ruolo decisivo all’interno della rassegna è svolto dal programma di residenze Fieldwork, che ha consentito agli artisti di sviluppare i progetti direttamente sul territorio e immedesimarsi nella quotidianità della comunità di Medina. Aparicio e Wang, attualmente in residenza, lavoreranno rispettivamente su una scultura e sulla realizzazione di un piccolo bosco di aceri, che prenderà il nome di Future Sugarbush e sarà accompagnato da Sugarbush Energy, una bevanda alla linfa d’acero che verrà distribuita gratuitamente durante tutta la rassegna. Il risultato sono opere che variano tra dimensione installativa, ricerca artistica e attivazione sociale, mettendo così in crisi il carattere spesso estrattivo associato alle esposizioni internazionali.

Molti progetti della Medina Triennial 2026 nascono come processi collaborativi sviluppati in dialogo con residenti, ricercatori, agricoltori e istituzioni locali. È il caso di Floating Garden di Mary Mattingly, un giardino galleggiante costruito insieme alla comunità, o della performance Faithfully Recording di Lina Lapelytė, in cui cantanti e operai collaborano alla realizzazione di una scultura pubblica. In altri casi l’intervento artistico si confronta direttamente con le infrastrutture del territorio. L’artista Asad Raza ha progettato un’opera che devierà temporaneamente l’acqua dell’Erie Canal verso uno degli spazi della mostra, trasformando il sistema idrico locale in parte integrante dell’esperienza espositiva.

Ph: Dawson Andrews