Lo scultore e illustratore tedesco Jacques Tilly è finito nel mirino delle autorità russe, che lo hanno condannato per diffusione di false informazioni sull’esercito e oltraggio alla religione. L’oggetto delle accuse sono i suoi celebri carri carnevaleschi che quest’anno hanno preso di mira il presidente Vladimir Putin.
L’artista di 62 anni è una vera e propria istituzione del Carnevale di Düsseldorf, per cui progetta carri da quasi quarant’anni. Le sue costruzioni vanno oltre il semplice intrattenimento, raccontando con sarcasmo il mondo della politica, spesso ironizzando su leader e figure pubbliche di tutto il mondo. I suoi carri infatti non risparmiano nessuno: tra i bersagli più celebri delle sue creazioni figurano il presidente Donald Trump, la cancelliera Angela Merkel e il primo ministro britannico Theresa May. Ogni carro è una piccola opera teatrale, capace di unire arte, satira e politica in un mix irriverente che fa riflettere tanto quanto fa ridere. Per Tilly, il Carnevale non è solo una festa, ma un palco dove mettere in scena la libertà di espressione e la critica sociale, senza mai temere le conseguenze.

Uno dei suoi ultimi lavori, diventato subito virale, mostra Putin immerso in una vasca da bagno colma di sangue, decorata con i colori della bandiera ucraina. Un altro invece, ritrae il presidente russo mentre morde una mappa dell’Ucraina, con la scritta provocatoria “Soffocaci!”. In tutta risposta, un tribunale di Mosca ha condannato Tilly a otto anni e mezzo di carcere ma, dato che l’artista vive in Germania, la sentenza è stata emessa in contumacia. Il fatto non sembra turbare minimamente l’artista, che in un’intervista con l’agenzia di stampa tedesca dpa ha definito il procedimento come una “messa in scena propagandistica di un regime autoritario”, denunciando apertamente ciò che considera un attacco alla sua libertà.

Con questa condanna, però, la satira sembra incontrare limiti sempre più concreti oltre i confini tedeschi. E se da una parte Tilly resta tranquillo a Düsseldorf, dall’altra la vicenda solleva interrogativi profondi sul confine tra arte, politica e repressione, ricordando quanto la libertà di espressione possa essere fragile quando messa alla prova dai regimi autoritari.



