L’artista franco-libanese, insieme alla Federazione Internazionale per i Diritti Umani (FDIH), ha presentato alla giustizia francese una denuncia per crimini di guerra, collegata al bombardamento di un palazzo residenziale a Beirut avvenuto il 26 novembre 2024. L’attacco – avvenuto poche ore prima dell’entrata in vigore del cessate il fuoco tra Israele e Hezbollah – ha causato la morte di sette civili, tra cui i genitori di Cherri, Mahmoud Naim Cherri e Nadira Hayek.
La denuncia, presentata il 2 aprile 2026 presso l’unità francese per i crimini di guerra, è rivolta contro ignoti e si basa sull’ipotesi che l’attacco fosse deliberatamente diretto contro un obiettivo civile. L’edificio colpito infatti, situato nel quartiere di Noueiri, ospitava esclusivamente appartamenti, tra cui quello dell’artista, andato completamente distrutto. La documentazione raccolta per la denuncia, che comprende il lavoro dell’agenzia di ricerca Forensic Architecture – nominata al Turner Prize nel 2018 – e i rapporti di Amnesty International, costruisce un quadro che dimostra come il bombardamento fosse privo di giustificazione militare immediata. Ogni documento indica quindi una probabile violazione del principio di distinzione tra obiettivi militari e civili, uno dei cardini del diritto dei conflitti armati.

La giurisdizione francese permette di aprire un’inchiesta grazie alla doppia cittadinanza di Cherri, sebbene non consenta di perseguire direttamente l’omicidio delle vittime, che non erano cittadine francesi. La scelta di presentare una denuncia con costituzione di parte civile consente di rivolgersi a un giudice istruttore, il quale potrà valutare l’avvio di un’indagine e l’eventuale attribuzione di responsabilità. «Come figlio, cittadino e testimone diretto, sento la responsabilità di far emergere la verità su questo crimine», ha dichiarato Cherri, sottolineando come la procedura legale rappresenti uno strumento per contrastare l’impunità e restituire dignità alle vittime civili.

La presa di posizione di Cherri assume un significato particolare se considerata alla luce del suo percorso artistico, da sempre concentrato sulle geografie della violenza e sui modi in cui i conflitti segnano i corpi, i territori e le narrazioni storiche. Nato a Beirut nel 1976, Ali Cherri lavora tra Parigi e il Medio Oriente e sviluppa una pratica che attraversa cinema, scultura e installazioni. Le sue opere sono presenti in istituzioni internazionali come il MoMA di New York, il British Museum di Londra e il Centre Pompidou di Parigi. Nel 2022 ha ricevuto il Leone d’Argento alla Biennale di Venezia e nel 2023 la GAMEC di Bergamo gli ha dedicato una mostra monografica.
L’iniziativa legale di Cherri si colloca quindi non solo come atto personale di giustizia, ma come estensione del suo lavoro artistico: un modo per interrogare la violenza sui territori, sugli individui e sulle memorie collettive, portando il conflitto dentro il dibattito pubblico e legale.



