Scandalo al Museo di Nanchino: l’istituzione è sotto accusa per traffico illecito di opere d’arte

Le indagini hanno rivelato un sistema complesso, in cui alcuni operatori del museo facilitavano la vendita delle opere a collezionisti privati

La Cina ha imposto un controllo capillare su tutti i musei statali del paese dopo che uno scandalo esploso in una delle sue istituzioni più importanti ha rivelato una realtà sconcertante: la comparsa di alcune opere, considerate patrimonio nazionale, sul mercato privato.

Come riportato dal quotidiano South China Morning Post, la decisione è arrivata questa mattina dalla National Cultural Heritage Administration, che ha ordinato ad ogni istituzione publica di verificare fisicamente le proprie collezioni. Ogni oggetto dovrà quindi essere esaminato singolarmente e confrontato con i registri ufficiali, per accertare che ciò che risulta negli archivi esista davvero nei depositi. Il provvedimento arriva dopo mesi di polemiche legate al Museo di Nanchino, dove un’indagine interna ha rivelato episodi di corruzione. A far esplodere il caso è stata la sparizione di opere donate allo Stato, destinate alla conservazione e alla fruizione pubblica.

Tra queste figurano un gruppo di dipinti donati nel 1959 dalla famiglia del collezionista Pang Laichen. I lavori erano state affidati al museo con l’intento di essere custoditi e studiati nel tempo, entrando così a far parte del patrimonio pubblico. Nel corso degli anni però alcuni furono trasferiti, altri venduti e altri ancora sono semplicemente svaniti dai registri. La vicenda è tornata alla luce solo l’anno scorso, quando uno dei dipinti – un lavoro della dinastia Ming attribuito al pittore Qiu Ying – è comparso all’improvviso in un’asta, con un valore pari a decine di milioni di Yuan. L’episodio ha subito sollevato interrogativi e indignazione pubblica, dando così il via ad un’indagine ufficiale.

Seguendo le tracce delle opere, gli investigatori hanno iniziato a ricostruire un sistema molto più complesso di quanto inizialmente immaginato. Secondo le autorità, già negli anni Novanta alcuni funzionari del museo avrebbero autorizzato dei trasferimenti impropri, mentre degli intermediari manipolavano i prezzi e rivendevano le opere a privati. Quando il caso è esploso, almeno un’opera risultava ancora scomparsa, altre erano passate di mano più volte e oltre due dozzine di funzionari erano stati coinvolti in sanzioni o indagini. Il museo ha poi diffuso una dichiarazione pubblica di scuse, riconoscendo l’esistenza di “problemi sistemici” e ammettendo di aver tradito la fiducia dei donatori. Le autorità culturali hanno risposto chiedendo controlli più severi, una supervisione più rigorosa e una sorta di nuova “linea di difesa” per proteggere le collezioni museali.

L’ampiezza della revisione nazionale lascia intuire una preoccupazione più profonda. Non è solo la storia di un museo di Nanchino: è il segnale che l’intero sistema potrebbe essere stato più fragile di quanto si volesse ammettere, con lacune nei registri, nei controlli e nelle responsabilità che hanno permesso a opere preziose di svanire quasi sotto gli occhi di tutti. Ora la sfida per lo Stato non è soltanto fare un inventario delle proprie collezioni, ma dimostrare al pubblico di sapere esattamente dove si trova ogni singolo pezzo del proprio patrimonio.