Nel momento in cui la fragilità degli equilibri internazionali si riflette con particolare intensità sul Medio Oriente, il Libano sceglie di intervenire non solo sul piano politico, ma su quello simbolico e culturale. La delegazione permanente libanese all’Unesco ha infatti promosso una sessione straordinaria del Comitato per la protezione dei beni culturali in caso di conflitto armato, riunitasi il primo aprile nella sede parigina dell’organizzazione.
L’iniziativa, realizzata in sinergia con il Ministero della Cultura e con la Direzione Generale delle Antichità, si configura come un gesto di forte rilevanza diplomatica. Non si tratta soltanto di una richiesta di attenzione, ma di un tentativo strutturato di mobilitare la comunità internazionale di fronte a una minaccia sempre più concreta: quella che incombe sul patrimonio storico e archeologico libanese, disseminato in un territorio segnato da tensioni e instabilità.


Al centro del dibattito emerge la riaffermazione dell’impegno del Libano nei confronti della Convenzione dell’Aia del 1954 e del suo secondo protocollo del 1999, strumenti giuridici fondamentali per la salvaguardia dei beni culturali in contesti bellici. Tuttavia, oltre alla dimensione normativa, ciò che si impone è la consapevolezza che questi luoghi incarnano una memoria condivisa, che travalica le frontiere nazionali per appartenere a un’eredità universale. In questa direzione si collocano anche le recenti interlocuzioni tra il ministro della Cultura Ghassan Salamé e il direttore generale dell’Unesco Khaled el-Enany, segnate da un crescente senso di urgenza.
Tra le misure più rilevanti attese dall’incontro vi è l’estensione dello status di protezione rafforzata a 39 nuovi siti archeologici distribuiti sul territorio libanese. Qualora approvata, questa decisione porterebbe a 73 il numero complessivo dei luoghi tutelati, consolidando un sistema di difesa già avviato nel 2024 con il riconoscimento di 34 siti.
L’attribuzione di tale status non si esaurisce in una dimensione simbolica. Essa comporta l’apposizione dello scudo blu e rosso – emblema riconosciuto a livello internazionale – e soprattutto introduce un principio di responsabilità giuridica nei confronti di eventuali attacchi. Colpire questi siti significherebbe, di fatto, violare il diritto internazionale.



