Il rapporto tra ironia e tragedia costituisce una delle tensioni fondamentali attraverso cui leggere l’esperienza e la sua rappresentazione. Più che opporsi rigidamente, queste due dimensioni si definiscono in relazione reciproca, configurandosi come modalità diverse, ma complementari, di entrare in contatto con la realtà, e da cui scaturisce, un senso d’essere tragicomico. L’arco temporale del gigantesco progetto in programma al MAXXI, curato da Francesco Stocchi e Andrea Bellini, attraversa quasi ottant’anni di storia dell’arte nazionale e cerca, come il titolo Tragicomica. Prospettive sull’arte italiana dal secondo Novecento ad oggi sottintende, di instaurare una condizione instabile, in cui i due poli continuano a interagire senza mai annullarsi reciprocamente.

Per questo motivo, le opere non esposte in ordine cronologico ma poste in dialogo fra loro, sviluppano una successione di fantasiose riflessioni su un fatto che non è poi così scontato: se alla tragedia si associa automaticamente l’immagine del pianto e a alla commedia quella del riso, il tragicomico è il punto di contatto in cui il dolore diventa osservabile e l’ironia non è più sufficiente per neutralizzarlo . «Le centinaia di opere in mostra – ha spiegato infatti durante la conferenza stampa la Presidente del Museo Maria Emanuela Bruni – approfondiscono un tema complesso, il cui inestricabile dualismo spiega la varietà e la vastità della ricerca esplorata».



Particolarmente significativo è il modo in cui il percorso alterna apertura e densità: spazi più ariosi e apparentemente leggeri lasciano progressivamente il posto a ambienti più stratificati, in cui la compresenza di opere e linguaggi intensifica la tensione tra i diversi registri. In questo contesto, il tragicomico si manifesta come un principio di montaggio, capace di mettere in dialogo lavori distanti tra loro e di attivare cortocircuiti di senso. Tra tanti, c’è Giulio Paolini con Io (Frammento di una lettera) e Stanza di liocorno, i Pinocchi di Mario Ceroli vivi, nella loro esasperate leggerezza, Maurizio Cattelan, il satirico per eccellenza e Marcello Maloberti che non smette di ricordarci che “la gentilezza è punk”, la Lampada annuale di Alighiero Boetti che si accende per pochi secondi e solo una volta l’anno, le torte di Roberto Cuoghi, presentate in Italia per la prima volta e ancora, Paola Pivi, Adelaide Cioni, Daniela Coimani, Lucio Fontana, Elena Bellantoni, un rarissimo video di Giosetta Fioroni, Francesco Vezzoli, Piero Manzoni.





Ci sono Emilio Isgrò e Vincenzo Agnetti, che della parola hanno fatto la lora traccia di sopravvivenza, esigenza espressiva che resiste nel tempo e poi Eliseo Mattiacci, con quattro lavori realizzati tra fine anni ’60 e ’70 – Porta dei critici caricata a dinamite, Seguire la riva del mare in bicicletta, Sostituirsi con una parte dell’artista e Oggettivazione di una seduta spiritica: quest’ultima composta da cinque sedie e un tavolo di marmo sopra cui sono appoggiati calchi di cinque mani che simulano una seduta spiritica e che evocano l’assenza di ciò che dovrebbe accadere, esito di una spiritualità che non viene rappresentata, ma messa in crisi. Come tutto ciò che attualmente ci circonda. Ne emerge un’esperienza complessiva in cui il riso non è mai del tutto liberatorio e il tragico non è mai completamente assoluto. Viene da chiedersi, a questo punto, se ad oggi, il senso primario dell’arte non sia proprio quello di farci sorridere.


