La Biennale di Venezia presenta il rinnovato Padiglione Centrale ai Giardini, restituito alla città e al sistema dell’arte internazionale dopo un complesso intervento di riqualificazione durato circa 16 mesi. Un progetto strategico, finanziato anche attraverso fondi legati al PNRR, che riporta al centro della manifestazione uno degli spazi simbolo della storia espositiva veneziana. Il progetto di riqualificazione, firmato dallo studio Labics insieme a Buromilan e a un team multidisciplinare, ha lavorato su una profonda riorganizzazione degli spazi, puntando su sobrietà, flessibilità e adeguamento funzionale.
Più che un semplice restauro, l’intervento si configura come una vera e propria riscrittura architettonica, capace di rispondere alle esigenze contemporanee della produzione e fruizione artistica. Con un investimento complessivo di circa 31 milioni di euro, l’operazione rientra in un più ampio programma di potenziamento infrastrutturale della Biennale, che coinvolge diverse aree tra Giardini, Arsenale e altri poli della città, con l’obiettivo di consolidare Venezia come piattaforma permanente per le arti contemporanee.
La riapertura arriva in vista della 61ª Esposizione Internazionale d’Arte del 2026, dopo la chiusura del Padiglione durante la Biennale Architettura 2025, quando l’edificio era stato temporaneamente sottratto al pubblico proprio per consentire i lavori. Oggi il Padiglione Centrale torna così a svolgere il suo ruolo originario: accogliere e organizzare la mostra principale, fungendo da cerniera tra le diverse anime della Biennale e tra i padiglioni nazionali che popolano i Giardini. Uno spazio rinnovato che, nel rispetto della sua stratificazione storica, si proietta verso il futuro dell’esposizione globale.

Il Padiglione Centrale e la lunga storia dei Giardini della Biennale
I Giardini della Biennale, collocati nel sestiere di Castello nella parte orientale di Venezia, costituiscono il nucleo originario della manifestazione fin dalla sua prima edizione del 1895. Nati all’inizio dell’Ottocento all’interno del programma di riorganizzazione urbana promosso in età napoleonica e progettati da Gian Antonio Selva, si sono progressivamente configurati come un sistema complesso di padiglioni nazionali. Oggi se ne contano ventinove, e nel loro insieme offrono una sorta di atlante dell’architettura del Novecento, con interventi firmati da protagonisti come Alvar Aalto, Josef Hoffmann, Gerrit Rietveld, Sverre Fehn e Carlo Scarpa. Al centro di questo assetto si trova il Padiglione Centrale, realizzato tra il 1894 e il 1895 con il nome di Palazzo Pro Arte e successivamente oggetto di numerose trasformazioni. Nel corso del tempo ha assunto la denominazione di Padiglione Italia, mantenendo una funzione rappresentativa ma continuando al contempo a ospitare la mostra internazionale, fino a consolidarsi come fulcro dell’intero sistema espositivo.


Un passaggio cruciale avviene nel 1999 con Harald Szeemann, quando la mostra principale viene per la prima volta concepita come un progetto curatoriale unitario e autonomo rispetto ai padiglioni nazionali. Da quel momento l’edificio assume in modo definitivo il ruolo di sede della mostra internazionale, funzione sancita anche dal cambio di nome in Padiglione Centrale nei primi anni Duemila. L’area complessiva dei Giardini raggiunge oggi circa 51.000 metri quadrati, mentre il Padiglione ne occupa oltre 5.400. Il recente intervento di riqualificazione si è confrontato con un edificio segnato da stratificazioni e modifiche che nel tempo ne avevano reso meno leggibile l’impianto originario. Il progetto ha quindi puntato a una ridefinizione complessiva degli spazi, con l’obiettivo di restituire chiarezza e funzionalità. La Sala Chini torna a essere il principale nodo distributivo, mentre lungo il percorso espositivo si articolano nuovi servizi – dal bookshop alla caffetteria, fino alle aree dedicate alla didattica – integrati in un sistema di ambienti pensati per essere neutri, continui e adattabili alle diverse esigenze curatoriali contemporanee.





