I paesaggi di Mario Schifano e Marco Tirelli si contrappongono a Palazzo Esposizioni

Il piano nobile dedicato a due artisti cardine del novecento romano: Mario Schifano e Marco Tirelli sono i due protagonisti delle mostre in dialogo tra loro

Palazzo delle esposizioni

Roma

Palazzo Esposizioni apre i battenti alle mostre di primavera dedicate a due artisti che hanno contribuito al rinnovamento del panorama artistico italiano nella seconda metà del Novecento. Promosse dall’Assessorato alla cultura di Roma Capitale e da Azienda speciale Palaexpo – e aperte al pubblico fino al 12 luglio 2026 – le rassegne permettono di esplorare da un lato l’universo giocoso e fantasioso di Mario Schifano fatto di tecniche, materiali e soggetti diversi, dall’altro l’indagine introspettiva fra i meandri della memoria di Marco Tirelli riportata con un linguaggio simbolico e mnemonico dove la luce è protagonista assoluta.

Entrando dalla porta principale direttamente al piano nobile del palazzo, ci si imbatte subito nella grande stanza rotonda, dove l’occhio incontra il più imponente lavoro di Schifano fra quelli scelti per la mostra: Interno di casa romana, un grande polittico di tela smaltata. Allestita al centro della sala, l’opera funge da biglietto da visita della colorata rassegna che si apre tutt’intorno. Tre pareti abbracciano il polittico, di cui due puntellate di stampe fotografiche e una riservata alla proiezione di corti realizzati dall’artista e interviste allo stesso.

Nell’insieme consentono di inquadrare l’artista in un contesto socioculturale peculiare quale quello del dopoguerra, entrare nel suo mondo visionario e comprendere le ragioni della sua popolarità fra gli italiani di fine Novecento. Da qui il percorso che esplora l’intera opera dell’artista si snoda fra le prime sette sale, ognuna dedicata a un momento diverso della produzione di Schifano, che va dagli anni Cinquanta agli anni Novanta. Una produzione quasi irrequieta, un’arte dallo spirito primordiale ma di intrinseca complessità.

Una mostra monumentale, soprattutto per il lavoro di raccolta delle opere in mostra, quasi tutte appartenenti a collezioni private, come ha ricordato durante la conferenza stampa di apertura della mostra il presidente di PalaExpo, Marco Delogu. Si parla di circa 140 lavori, tra cui un significativo materiale d’archivio: una raccolta di polaroid e una serie di cortometraggi e film che raccontano il personaggio di Schifano e i ricordi di chi gli ruotava intorno in quegli anni. In generale, l’allestimento evidenzia come Schifano fu in costante evoluzione e rinnovazione di se stesso e della sua arte, della quale rintracciamo nel percorso le affinità, sebbene mai seriali, ma sempre uniche e distinte per temi e originalità. Nella sala dedicata alle opere degli anni Cinquanta, fase di esordio dell’artista, una parete è occupata da una timeline che ne ripercorre per tappe la vita, accompagnata da un QR code che permette di scaricarla in formato digitale e utilizzarla come guida nel corso della mostra. Si tratta, tuttavia, dell’unica guida all’interpretazione del visitatore: la scelta di rinunciare alle didascalie, come specifica la curatrice Daniela Lancioni, è strettamente legata al fatto che l’artista non rilasciò mai dichiarazioni in merito alla propria arte, pensata per essere letta completamente in chiave soggettiva.

Proseguendo il percorso nelle sale, si entra nella mostra dedicata a Marco Tirelli. Anni luce riporta l’occhio verso una dimensione intima, riflessiva. Ci si trova davanti a un progetto omogeneo, nel quale ogni opera diventa un tassello per un racconto mistico sui toni del bianco e del nero, «Quarantuno lavori che sono come delle finestre sul mondo», dichiara il curatore Mario Codognato, lavori della memoria, dei colori dei sogni, dove la luce emerge dal buio. «La luce e il buio sono ciò che rimangono, mentre la vita umana andrà a scomparire».