Alle Gallerie d’Italia – Torino arriva The Day May Break. La luce alla fine del giorno, il nuovo e ampio progetto fotografico di Nick Brandt, curato da Arianna Rinaldo e aperto al pubblico dal 18 marzo al 6 settembre 2026. Per la prima volta, l’intero ciclo viene presentato nella sua completezza, offrendo una visione organica e profondamente immersiva di una ricerca che da anni interroga il rapporto tra esseri umani, animali e ambiente.
Avviato nel 2020, The Day May Break si articola in quattro capitoli e riunisce circa sessanta immagini. Al centro del lavoro c’è l’impatto della crisi climatica, osservato non come fenomeno astratto, ma come esperienza concreta che colpisce in modo sproporzionato le comunità più fragili. Brandt costruisce così una narrazione visiva che tiene insieme dimensione documentaria e tensione poetica, evitando ogni retorica per restituire la complessità del presente.


I primi due capitoli, realizzati tra Africa e America Latina, mettono in scena ritratti in cui esseri umani e animali condividono lo stesso spazio. Sono immagini essenziali e potenti, in cui la relazione tra le due dimensioni non è simbolica ma reale: entrambi i soggetti sono segnati da eventi estremi, come siccità e inondazioni, che hanno compromesso habitat e condizioni di vita. Ne emerge un senso di vulnerabilità condivisa, ma anche una forma di silenziosa resistenza.
Con SINK / RISE, terzo capitolo del progetto, lo sguardo si sposta nelle Fiji e assume una dimensione più visionaria. I corpi, immersi nell’acqua, evocano un futuro prossimo in cui intere comunità saranno costrette a confrontarsi con l’innalzamento dei mari. Le immagini, sospese e quasi irreali, trasformano una minaccia concreta in una visione simbolica, dove il tempo sembra dilatarsi e la perdita si fa già presente.


Il quarto capitolo, The Echo of Our Voices, realizzato nel deserto giordano e commissionato da Intesa Sanpaolo, introduce un ulteriore livello di lettura. Qui Brandt ritrae famiglie di rifugiati siriani, costrette a vivere in condizioni di precarietà permanente. Il paesaggio arido diventa parte integrante della narrazione, suggerendo un legame sempre più stretto tra crisi ambientale e instabilità geopolitica. In queste immagini, tuttavia, emerge anche una dimensione di relazione e resilienza che attraversa i soggetti ritratti.
La forza del progetto risiede nella capacità di tenere insieme urgenza e contemplazione. Le fotografie di Brandt non cercano l’impatto immediato, ma invitano a uno sguardo più lento, capace di cogliere le connessioni profonde tra umano e non umano. In questo senso, la mostra torinese si configura come un’esperienza che va oltre la denuncia, proponendo una riflessione sul presente e sulle possibilità — ancora aperte — di immaginare un futuro diverso.
Il percorso si inserisce coerentemente nella ricerca di Brandt, che da oltre vent’anni indaga le conseguenze della distruzione ambientale. Dai primi lavori dedicati alla fauna africana fino alle più recenti serie di impronta cinematografica e distopica, il suo sguardo si è progressivamente spostato verso una visione sempre più complessa e interconnessa, in cui il destino degli esseri umani e quello del mondo naturale appaiono inseparabili.
Con The Day May Break, questa riflessione raggiunge una nuova intensità, restituendo un racconto visivo che, pur nella sua durezza, lascia spazio a una possibilità di luce — quella evocata dal titolo — ancora visibile all’orizzonte.


