Per decenni è rimasto sotto gli occhi di tutti: il Redentore di El Greco, custodito negli appartamenti del Palazzo Apostolico vaticano, era lì, ma nascosto sotto un intervento che ne aveva alterato profondamente l’aspetto. Non un semplice restauro, ma una vera e propria falsificazione, un calco che aveva finito per coprire l’immagine originaria, rendendola irriconoscibile Oggi, grazie a un intervento di recupero e a nuove indagini scientifiche, quell’immagine riemerge. E lo fa non come una scoperta lineare, ma come un caso emblematico: un dipinto che si rivela essere molto più di ciò che mostra in superficie. Sotto la pelle del Redentore si nasconde infatti un intreccio di immagini, ripensamenti, stratificazioni. Un palinsesto pittorico, come è stato definito, capace di restituire non solo un’opera, ma il processo stesso del fare pittorico di El Greco.
La piccola tavola, realizzata tra il 1590 e il 1595, era arrivata in Vaticano nel 1967 come dono al papa Paolo VI e da allora era rimasta sostanzialmente in ombra, mai davvero studiata a fondo. Il suo stato problematico, lacune, degrado, ridipinture, ne aveva compromesso la lettura, contribuendo a mantenerla ai margini dell’attenzione critica. È proprio il restauro a cambiare tutto. Rimuovendo le aggiunte novecentesche, gli studiosi hanno portato alla luce non solo la mano di El Greco, ma anche tracce di composizioni precedenti: almeno due immagini sottostanti, che raccontano un’opera in continuo divenire.
Non un’immagine definitiva, dunque, ma un campo di sperimentazione, dove il pittore prova, modifica, sovrappone.

Questa complessità è oggi al centro della mostra El Greco allo specchio. Due dipinti a confronto, allestita nel Palazzo Papale di Castel Gandolfo. Qui il Redentore dialoga con un San Francesco giovanile, mettendo in relazione due momenti diversi della produzione dell’artista e offrendo una chiave di lettura che va oltre la singola opera. Ciò che emerge è un artista meno monolitico e più inquieto: un artista che lavora per stratificazioni, che costruisce l’immagine attraverso tentativi successivi, lasciando tracce visibili – e invisibili – del proprio pensiero. Il dipinto diventa così una superficie instabile, attraversata dal tempo e dagli interventi, dove autenticità e alterazione convivono. La storia stessa dell’opera, del resto, riflette questa ambiguità, quella di un oggetto che porta i segni della sua ricezione, delle sue manipolazioni, del suo progressivo oscuramento e della sua riscoperta.





