Italia in Scena, approvata una riforma sistemica per il patrimonio

Il Senato approva la revisione del Codice dei Beni culturali, introducendo strumenti digitali, apertura ai privati e nuove politiche per la circolazione delle opere

Con l’approvazione definitiva dell’11 marzo, il Senato ha sancito una revisione significativa del Codice dei Beni culturali e del Paesaggio, affiancandola a un insieme di misure volte a ridefinire le modalità di gestione e valorizzazione del patrimonio pubblico. Il provvedimento, promosso dal deputato Federico Mollicone, si configura come un intervento organico che ambisce a superare un modello amministrativo tradizionale, aprendo a una più ampia collaborazione tra istituzioni e soggetti privati.

Al centro della riforma si colloca l’introduzione di nuovi strumenti digitali e partecipativi. L’Anagrafe Digitale dei beni culturali pubblici, istituita dal Ministero della Cultura, avrà la funzione di mappare in modo sistematico il patrimonio nazionale, raccogliendo informazioni puntuali sulla natura dei beni, sulle modalità di gestione e sul loro stato di fruizione. Un dispositivo conoscitivo che, nelle intenzioni del legislatore, dovrebbe rendere più trasparente ed efficiente l’intervento pubblico.

A questo si affianca l’Albo della Sussidiarietà, uno spazio dedicato ai soggetti privati – singoli o associati – interessati alla gestione indiretta dei beni culturali. Non si tratta soltanto di un elenco, ma di uno strumento destinato a incidere nella programmazione strategica, consentendo agli iscritti di partecipare ai processi decisionali e di manifestare interesse per eventuali affidamenti. Per sostenere queste innovazioni è previsto un finanziamento di 500mila euro annui a partire dal 2026.

La riforma introduce inoltre il circuito “Italia in scena”, sostenuto con 4,5 milioni di euro annui, con l’obiettivo di diffondere spettacoli, rievocazioni storiche e iniziative culturali nelle aree periferiche e nei contesti meno centrali. Un progetto che mira a ridefinire le geografie della fruizione culturale, promuovendo nuove forme di partenariato pubblico-privato e rafforzando il legame tra patrimonio e territorio.

Sul versante del mercato dell’arte, le modifiche puntano a semplificare le procedure e a favorire la mobilità delle opere. La soglia di valore per l’esportazione di beni realizzati da autori non più viventi da oltre settant’anni viene innalzata a 50mila euro, segnando un deciso cambio di passo rispetto al limite precedente. Parallelamente, vengono introdotti tempi certi per le autorizzazioni ai prestiti, fissati in 90 giorni, riducendo le incertezze che in passato rallentavano la circolazione delle opere.

Un elemento di rilievo riguarda anche le opere di artisti stranieri: il diniego dell’attestato di libera circolazione potrà avvenire solo in presenza di un legame documentato con la storia culturale italiana, introducendo criteri più chiari e prevedibili. Viene inoltre riconosciuta ai richiedenti la possibilità di ritirare la domanda prima di un eventuale diniego, insieme all’equiparazione dell’autocertificazione alla validità quinquennale dell’attestato.

Di particolare interesse è l’intervento sui depositi museali, spesso invisibili al grande pubblico. Il Ministero sarà tenuto a redigere con cadenza biennale un elenco delle opere conservate nei depositi e idonee alla circolazione. I Comuni dotati di musei con standard adeguati potranno richiederle in prestito, inserendole in progetti culturali capaci di attivare nuove dinamiche di valorizzazione territoriale. Infine, la riforma incide sulla governance dei musei dotati di autonomia speciale, introducendo forme di compenso per i membri dei consigli di amministrazione, finora privi di remunerazione.