Continua a intensificarsi il dibattito attorno alla prossima Biennale di Venezia, al centro di una nuova mobilitazione internazionale che chiede, dopo la Russia, anche l’esclusione di Israele e degli USA dalla manifestazione. Una lettera aperta, firmata da artisti, curatori e lavoratori del settore culturale, denuncia quella che viene definita una “complicità” del sistema dell’arte rispetto alla situazione in corso a Gaza, sollecitando una presa di posizione esplicita da parte dell’istituzione veneziana. Secondo i firmatari, alla Biennale che avrà inizio il 9 maggio, non dovrebbero infatti partecipare i Paesi che portano avanti “forme crescenti di oppressione sistemica, disuguaglianze e cancellazione, inclusi il genocidio e la pulizia etnica in Palestina, in Sudan e in Myanmar, nonché la violenza dilagante, l’occupazione e la guerra in Camerun, Congo, Cuba, Iran, Kashmir, Libano, Mozambico, Ucraina, Venezuela e in troppi altri luoghi”. Diversa era stata la posizione nel 2024 almeno per Israele, quando lo stato aveva scelto in autonomia di chiudere il proprio padiglione, esponendo un cartello che invocava il cessate il fuoco e il rilascio degli ostaggi. «Il genocidio», affermano i firmatari, «non può essere tollerato da un’istituzione che si propone di indagare e celebrare i valori umani incarnati dall’arte».
La lettera, consegnata al Presidente Pietrangelo Buttafuoco e al Consiglio direttivo della Biennale di Venezia, vede la firma di diversi fra artisti, curatori e operatori coinvolti nella manifestazione di quest’anno. Tra loro Alice Maher, Carolina Caycedo, Vera Tamari, Hagar Ophir, Avital Barak, Sohrab Hura, Yoshiko Shimada, Rachel Fallon, Florence Lazar, Carrie Schneider, Nolan Oswald Dennis, Alan Phelan, Mohammed Joha, Uriel Orlow, Natalia Lassalle-Morillo, Hala Schoukair, Gala Porras-Kim, Alfredo Jaar, Thania Petersen, Sofía Gallisá Muriente, rana elnemr, Himali Singh Soin and David Soin Tappeser, Pio Abad, Anonymous artist, Yo-E Ryou, Anonymous artist, BuBu de la Madeleine, Tabita Rezaire, Cauleen Smith, Fabrice Aragno, Rasha Salti, Gabe Beckhurst Feijoo, Joana Hadjithomas and Khalil Joreige, Mohammed Z. Rahman, Alexa Kumiko Hatanaka, Guadalupe Rosales, Nina Katchadourian, Kemang Wa Lehulere, Sabian Baumann, Walid Raad, Marigold Santos, Rajni Perera, Bonnie Devine, Annalee Davis, Éric Baudelaire, Buhlebezwe Siwani, Guadalupe Maravilla, IONE for Pauline Oliveros, Raed Yassin, Anonymous artist, Anonymous artist, lugar a dudas, Amina Saoudi, Anonymous artist, Johannes Phokela, Rory Tsapayi, Anonymous artist, Carrie Yamaoka, Joy Episalla, Zoe Leonard, fierce pussy, Anonymous artist, Ayrson Heráclito, Berni Searle, Anonymous artist, Theo Eshetu, Anonymous artist, Nancy Brooks Brody Estate, Edouard Duval-Carrié, Denniston Hill.
La questione riporta al centro un tema cruciale per il sistema dell’arte contemporanea: il rapporto tra rappresentanza nazionale e responsabilità politica. Se da un lato la Biennale ha storicamente difeso il principio di apertura e inclusione di tutti i Paesi riconosciuti, dall’altro le pressioni della comunità artistica evidenziano sempre di più e più a ridosso della data una crescente richiesta di coerenza etica, soprattutto in relazione a contesti di guerra e violazione dei diritti umani.



