Anne Pasternak, direttrice del Brooklyn Museum, ha osservato che nel mondo museale esiste ancora una disparità: quando gli uomini lasciano i ruoli di vertice spesso lo fanno andando in pensione, mentre le donne più frequentemente vengono licenziate o costrette alle dimissioni. La sua osservazione riapre una questione latente da anni nel sistema artistico americano: chi detiene davvero il potere nelle istituzioni culturali e come questo potere cambia quando la leadership è femminile.
L’affermazione, riportata dalla testata Artnews, appare provocatoria ma non priva di fondamento. Studi sul settore indicano infatti che, sebbene il numero di direttrici sia cresciuto negli ultimi decenni, le disparità rimangono evidenti soprattutto nelle istituzioni più grandi e ricche. Nei musei con budget superiori ai 15 milioni di dollari, per esempio, le direttrici guadagnano in media solo 71 centesimi per ogni dollaro percepito dai colleghi uomini.

Eppure la realtà del sistema museale statunitense racconta una storia più ambigua. Negli ultimi anni non sono mancati casi di direttrici che hanno lasciato il loro incarico volontariamente o sono state celebrate come figure di riferimento nel settore. Lisa Phillips, direttrice del New Museum per oltre venticinque anni, ha annunciato nel 2025 il proprio ritiro dopo una lunga carriera, un caso che contraddice l’idea di una leadership femminile sistematicamente estromessa dal potere. Allo stesso tempo, però, diversi episodi sembrano dare peso alla lettura di Pasternak.

Nel 2018 la direttrice del Queens Museum Laura Raicovich fu costretta a dimettersi dopo controversie legate alle sue posizioni politiche e alla gestione dell’istituzione, un caso emblematico di quanto il ruolo dei direttori, soprattutto quando assumono posizioni pubbliche, possa diventare estremamente fragile. Il problema è che nel sistema museale contemporaneo la leadership è sempre più esposta a pressioni economiche e politiche. Lo stesso Brooklyn Museum guidato da Pasternak sta affrontando un deficit vicino ai 10 milioni di dollari, con tagli al personale e riduzione delle mostre per riequilibrare il bilancio.

In questo contesto, la permanenza di un direttore o di una direttrice non dipende solo dal talento curatoriale o dalla visione culturale, ma anche dalla capacità di navigare tra board, donatori, politica e opinione pubblica. Da questo punto di vista, la frase di Pasternak coglie una verità ma rischia anche di semplificare il quadro. È vero che le donne hanno spesso dovuto affrontare standard più severi e scrutinio pubblico più intenso. Tuttavia il sistema museale americano rimane un ecosistema altamente competitivo e instabile per tutti i suoi leader, indipendentemente dal genere. Forse la vera questione non è solo chi viene licenziato e chi va in pensione, ma come il potere culturale viene distribuito e controllato nelle istituzioni artistiche. Finché musei e fondazioni resteranno dipendenti da board privati, grandi donatori e dinamiche politiche, la figura del direttore – uomo o donna – continuerà a essere una posizione tanto prestigiosa quanto precaria.


