Un fucile scolpito nel marmo, materiale che da secoli rappresenta la grande tradizione della scultura occidentale, diventa nelle mani di Jago un gesto di denuncia contro la guerra. L’artista, tra i protagonisti più noti della scultura italiana contemporanea, torna a utilizzare il linguaggio della materia per affrontare un tema urgente e drammaticamente attuale: la violenza dei conflitti e la responsabilità collettiva che li accompagna. L’opera consiste nella riproduzione di un fucile realizzato interamente in marmo. La precisione della lavorazione restituisce ogni dettaglio dell’arma, ma allo stesso tempo la sottrae alla sua funzione originaria. Trasformato in scultura, il fucile perde il suo potenziale distruttivo e diventa un oggetto di riflessione, un simbolo che invita a interrogarsi sul significato delle immagini e degli strumenti che popolano il nostro presente.

Il cortocircuito visivo è evidente. Il marmo, materiale associato alla bellezza, alla memoria e alla storia dell’arte, viene utilizzato per rappresentare un oggetto legato alla distruzione. È proprio in questa tensione che si costruisce il messaggio dell’opera: fissare nella pietra un’arma significa sottrarla alla logica della violenza e trasformarla in un monito, in un’immagine che costringe lo spettatore a confrontarsi con la realtà della guerra. L’intervento si inserisce in una ricerca che Jago porta avanti da anni, caratterizzata dall’uso di tecniche scultoree tradizionali per raccontare temi profondamente contemporanei. Nato a Frosinone nel 1987, l’artista si è affermato sulla scena internazionale grazie alla sua capacità di reinterpretare il marmo con un linguaggio attuale, capace di dialogare tanto con la storia dell’arte quanto con le questioni politiche e sociali del presente.


Il suo lavoro, infatti, prende spesso spunto dalla tradizione scultorea classica per costruire immagini che parlano direttamente al nostro tempo. In molte opere l’artista mette in scena oggetti o figure che appartengono alla contemporaneità, trasformandoli attraverso il linguaggio della scultura. Il risultato è una riflessione visiva in cui il passato e il presente si incontrano, creando nuove possibilità di lettura. In questo contesto il fucile di marmo assume un valore emblematico. Non si tratta soltanto di una rappresentazione, ma di un gesto artistico che si colloca all’interno del dibattito pubblico sulla guerra. In un momento storico segnato da conflitti e tensioni internazionali, l’opera suggerisce una presa di posizione chiara: l’arte può diventare uno spazio di critica e di consapevolezza.

La lentezza del lavoro scultoreo, la resistenza della materia e la sua dimensione monumentale contrastano con la rapidità e la brutalità della violenza bellica. Dove la guerra distrugge, la scultura costruisce; dove l’arma è pensata per agire in pochi istanti, l’opera nasce da un processo lungo e paziente. Proprio questa distanza tra i due mondi rende l’immagine ancora più potente. L’arma, immobilizzata nella pietra, diventa una testimonianza silenziosa, un oggetto che perde la sua funzione per acquisire un significato simbolico. In questo passaggio dalla violenza alla contemplazione si trova forse il senso più profondo dell’opera: ricordare che anche la materia più dura può diventare veicolo di un messaggio di pace.


