Con te con tutto. L’Italia alla Biennale è pronta a costruire nuovi mondi

Presentato al Ministero della Cultura il progetto di Chiara Camoni e Cecilia Canziani per il Padiglione Italia alla Biennale di Venezia 2026

Con te con tutto. Questo il titolo del progetto firmato da Chiara Camoni e curato da Cecilia Canziani che rappresenterà l’Italia alla Biennale di Venezia 2026. A presentarlo in una conferenza stampa nella Sala Spadolini del Ministero della Cultura i suoi protagonisti: accanto all’artista e alla curatrice, erano presenti Pietrangelo Buttafuoco, presidente della Biennale, e Angelo Piero Cappello, Commissario del Padiglione Italia e Direttore Generale Creatività Contemporanea. Prima dell’esposizione del progetto, ha aperto l’incontro un videomessaggio del Ministro della Cultura Alessandro Giuli.

«Chiara Camoni è un’artista eccezionale – ha affermato il ministro – nelle sue citazioni dell’arte novecentesca più innovativa è capace di rendere presente l’antico con ciò che molti hanno definito una sorta di materialismo magico». «Mi rallegro con la curatrice e l’artista e per il fatto che l’Italia riuscirà ancora una volta a esprimere attraverso la Biennale la propria eccellenza artistica», ha aggiunto Giuli, concludendo con un richiamo alla responsabilità artistica e ricordando come il popolo ucraino stia assistendo alla distruzione del proprio patrimonio.

Cappello: «Venezia è il palcoscenico dell’arte contemporanea»

«È evidente che il nostro Paese attribuisce una particolare importanza alla Biennale, che è il palcoscenico dell’arte contemporanea, perché la procedura di selezione è molto impegnativa e prevede due step». Così Cappello ha introdotto la presentazione del progetto, ripercorrendone l’iter: «In una prima fase la Commissione ha identificato dieci progettualità idonee e coerenti con l’indirizzo generale indicato dalla scomparsa curatrice Koyo Kouoh, mentre successivamente abbiamo portato all’attenzione del ministro una terna, in cui è stato scelto il progetto di Camoni e Canziani», ha spiegato.

Prima di lasciare la parola alla curatrice, Cappello ha sottolineato: «La caratteristica unica di questo progetto è che per la prima volta si tratta di un team interamente femminile. In questo caso In Minor Keys è interpretato come uno sguardo lungo attraverso un lavoro che sa di dover dialogare con la tradizione nel segno della contemporaneità». «Il dialogo – ha aggiunto – è dinamico ed estremamente innovativo, perché mette insieme ceramiche e strutture di scarto industriale. Insomma, quest’anno la cifra del Padiglione Italia è particolarmente coincidente con lo spirito con cui Koyo Kouoh ha progettato questa Biennale». «Inoltre – ha concluso – il Padiglione Italia tiene conto di un’attività che stiamo mettendo insieme con i Paesi dell’Africa attraverso una prospettiva postcoloniale».

Canziani: «Il Padiglione sarà una sorta di festa»

«È una gioia questo progetto – ha cominciato Canziani – perché curare il padiglione del proprio paese è qualcosa di importante, e farlo con un’artista con cui si è già condiviso molto è ancora più bello. Non volevamo un padiglione monografico: l’idea è piuttosto quella di invitare il pubblico a una sorta di festa, un luogo in cui le opere si incontrano e sono capaci di metterci in connessione, insegnandoci a guardare».

«C’è un gesto molto semplice che sta alla base di tutto: prendere qualcosa in mano e farlo diventare qualcos’altro. È un gesto comune, quasi originario, alla base dell’umanità stessa, ovvero costruire mondi a partire dal nulla. Questa è la cifra che ci ha accompagnato nella costruzione del padiglione, dove sono presenti molte opere». «Il mio è stato soprattutto un lavoro di affiancamento: pensare e fare insieme. La vera sfida era portare dentro un luogo istituzionale tutto ciò che appartiene alla vita creativa, la materia viva dello studio. In qualche modo abbiamo sovrapposto il padiglione a un luogo vissuto, allo studio in cui l’artista lavora», ha aggiunto.

«Il progetto nasce da una pratica condivisa, da una nota sulla quale ci siamo trovati subito accordati. La mostra è concepita come una grande installazione – la più grande che Chiara abbia mai realizzato – divisa in due ambienti, con temperature anche molto diverse tra loro. Nella prima tesa lo spazio si misura con il nostro corpo: ci sono sculture capaci di attirare e concentrare intorno a sé gli elementi. Nella seconda tesa, invece, si apre un mondo in costruzione: una sala che parte letteralmente da terra». «L’intero progetto – ha concluso – abbraccia lo spazio e lo trasforma in una dimensione quasi domestica. Chiara lavora con molte persone di generazioni diverse, e questo aspetto collaborativo è fondamentale. All’interno della sezione Dialoghi, entrano in relazione anche altri contributi, tra cui quelli legati Lucia Aspesi, a Lungomare e al progetto Nero».

D’altra parte, come ha ricordato Cappello, «la dimensione manufatturiera della produzione artistica di Camoni è ciò che la commissione aveva apprezzato, perché presenta questa capacità di riattivare il dialogo con la profondità della produzione del nostro paese».

Con te con tutto, un’apertura verso l’altro

«Con te con tutto è una dichiarazione molto esplicita, un’apertura verso l’altro: l’altro come essere umano, ma anche come mondo intero, come ciò che è diverso da sé. Io e Cecilia [Canziani, ndr] ci conosciamo da tantissimo tempo e, nel corso degli anni, la dimensione corale del progetto si è fatta sempre più presente». Così Chiara Camoni, la protagonista del Padiglione Italia, ha descritto il senso del proprio progetto per la Biennale.

«La natura stessa del lavoro ha reso semplice l’accesso a questa apertura – ha spiegato – a un certo punto ho realizzato che l’autorialità poteva essere qualcosa da aprire, che non riguardava più soltanto me ma anche gli altri, forse persino qualcosa che è “altro” da noi. Con te con tutto riguarda anche un tempo dilatato: io agisco nel presente, con la consapevolezza della mia esperienza e con uno sguardo rivolto verso un obiettivo. Nel gesto apparentemente banale di dare forma alle cose, forse si annida qualcosa di più. C’è una parte di mondo poco raccontata che vede e sente in un certo modo, e non siamo poi così pochi».

«I feedback di partecipazione mi hanno fatto capire che quello che faccio ha un peso reale: esiste una sorta di tesoretto, una riserva di energia che possiede una grande capacità di trasformazione. Lo spazio di dialogo lo abbiamo potuto estendere anche alle opere stesse, che sono soggetti a tutti gli effetti. Quando metto in relazione due opere, che cosa succede? Si attiva uno spazio, un campo di possibilità che prende forma».

Camoni ha poi commentato la linea della propria ricerca: «Credo che la monumentalità possa esprimersi in molti modi: nelle dimensioni, certo, ma anche nelle intenzioni. Spero di essere riuscita ad attraversarla anche attraverso il peso specifico delle opere. E c’è sicuramente qualcosa di femminile nell’incisività dello sguardo: la nostra è stata, in fondo, una gentile invasione dello spazio. Uno spazio che a un certo punto ci è persino sembrato stretto, tanto che abbiamo sentito il bisogno di uscire nel giardino, di seguire il flusso delle stagioni, di attraversare l’architettura. Nel complesso, abbiamo concluso proprio la settimana scorsa le nuove produzioni».

A commentare il lavoro è stato poi Pietrangelo Buttafuoco, che ha sottolineato la sintonia con il tema di Koyo Kouoh: «Nel progetto di Camoni c’è la risonanza del concetto di “intuarsi” dantesco, ovvero essere nell’altro. C’è poi un aspetto fondamentalmente poetico: la poiesis è la capacità di fabbricare, la capacità dell’artista di andare dritto al punto. Presente anche un elemento ancestrale: ricordo quando Koyo Kouoh parlava dell’artista Seni Awa Kamara e la descriveva dicendo di volere in Biennale una foresta delle sue opere. Con Camoni e il suo lavoro ancestrale, c’è qualcosa che accompagna proprio verso questa foresta, una porosità in cui gli attraversamenti spingono a identificarsi con il tutto: una dimensione che è il punto di arrivo di un gesto primordiale».

Buttafuoco ha poi concluso accennando alle polemiche montate intorno alla Biennale sull’assenza degli italiani, sottolineando come solo la scomparsa prematura della curatrice ne abbia impedito l’incontro con gli artisti italiani, riferendosi «alla velocità e alla voglia di riempire colonne» da parte della stampa. E sulla questione delle esclusioni, ha affermato: «Conclamo l’autonomia di un’istituzione che opera da tanti anni in una città come Venezia in cui censura e chiusura sono ancora una volta fuori dalla Biennale».

Prima dell’apertura della mostra, in corso dal 9 maggio al 22 novembre, il 19 marzo saranno presentati alla stampa i lavori ultimati del Padiglione Italia.