Biennale 2026, Kiev protesta: “No alla Russia finché la guerra continua”

L’annuncio della partecipazione di artisti russi riaccende il dibattito internazionale e lo scontro tra il ministro della Cultura Giuli e il presidente della Biennale Buttafuoco

La prossima Biennale Arte di Venezia 2026 si apre già con una controversia internazionale. Dal governo ucraino è arrivata una richiesta chiara: la Russia non dovrebbe partecipare alla manifestazione finché la guerra in Ucraina è ancora in corso. La posizione di Kiev arriva dopo l’annuncio della possibile presenza di ben 40 artisti russi al padiglione nazionale previsto per la 61ª Esposizione internazionale, in programma dal 9 maggio al 22 novembre 2026. La presa di posizione arriva in particolare dal ministro degli Esteri ucraino, Andriy Sybiga, e da quella della Cultura, Tetyana Berezhna.

Le autorità ucraine hanno invitato gli organizzatori della Biennale a rivedere la decisione, chiedendo di mantenere la stessa linea adottata nel 2022. In quell’occasione, infatti, la manifestazione aveva scelto di escludere qualsiasi partecipazione legata al governo russo come segnale di protesta contro l’invasione dell’Ucraina. La Russia non era stata presente neppure nell’edizione successiva del 2024, ma per la nuova Biennale, in programma dal 9 maggio, il suo ritorno è invece dato come possibile. La prospettiva ha riacceso il dibattito anche in Italia: il ministro della Cultura Alessandro Giuli ha preso recentemente le distanze dalla posizione del presidente della Biennale Pietrangelo Buttafuoco, esprimendo a nome del governo italiano una posizione differente sulla questione.

Il ministro Giuli prende le distanze dalla decisione della Biennale

Secondo quanto precisato dal Ministero della Cultura, la scelta sarebbe stata presa in autonomia dalla Biennale, nonostante l’orientamento contrario del governo italiano. La presa di posizione arriva dopo alcune dichiarazioni del presidente della Fondazione Pietrangelo Buttafuoco, che aveva invece parlato di un confronto continuo con il ministro. Lo stesso Buttafuoco avrebbe difeso la scelta sostenendo che la Biennale debba restare uno spazio di confronto globale, una sorta di “ONU delle arti”, dove le tensioni politiche non si traducono automaticamente in esclusioni culturali.

In questa visione la manifestazione veneziana non dovrebbe diventare un luogo di sanzioni, ma un terreno di dialogo tra Paesi anche in momenti di conflitto. La questione ha aperto un vero e proprio cortocircuito istituzionale. Da una parte la linea della Biennale, che rivendica il proprio ruolo di piattaforma culturale globale dove il dialogo artistico dovrebbe restare separato dalle dinamiche geopolitiche; dall’altra la posizione del governo, più critica rispetto al ritorno della Russia in un contesto ancora segnato dalla guerra in Ucraina.

Il confronto tra Alessandro Giuli e Pietrangelo Buttafuoco riporta al centro una questione ricorrente nel sistema dell’arte, ovvero quanto può essere autonoma un’istituzione culturale rispetto alle posizioni politiche di uno Stato. La Biennale di Venezia si muove da sempre dentro questa zona di equilibrio. Da una parte è una fondazione con una propria indipendenza culturale e curatoriale; dall’altra è una manifestazione internazionale che coinvolge governi, rappresentanze diplomatiche e dinamiche di diplomazia culturale. Al momento, la partecipazione russa resta inserita nel programma della Biennale Arte 2026, ma il dibattito politico che si è sviluppato attorno alla vicenda mostra quanto il mondo dell’arte sia sempre più attraversato da questioni geopolitiche.