Lo studio Zaha Hadid Architects potrebbe perdere il nome della fondatrice

Con quasi mille progetti realizzati in tutto il mondo, Zaha Hadid Architects è uno degli studi più influenti dell’architettura contemporanea

Nel panorama globale dell’architettura contemporanea, pochi studi possono vantare una presenza tanto capillare quanto Zaha Hadid Architects. Con oltre 950 progetti realizzati in 44 Paesi e quattro sedi strategiche tra Londra, Hong Kong, Pechino e Città del Messico, la practice fondata nel 1979 da Zaha Hadid è diventata negli anni una delle firme più riconoscibili del progetto internazionale. Che però ora potrebbe cambiare nome.

Fin dall’inizio, l’identità dello studio è stata profondamente intrecciata alla figura della sua fondatrice: prima donna a ricevere il Pritzker Prize e protagonista di una rivoluzione formale che ha ridefinito il linguaggio dell’architettura contemporanea. Eppure, come spesso accade alle grandi istituzioni creative, la struttura operativa dello studio ha progressivamente acquisito una propria autonomia, trasformandosi in un’organizzazione complessa, capace di operare ben oltre la dimensione individuale del suo fondatore.

Oggi, proprio quel nome – Zaha Hadid – è al centro di una questione legale destinata a sollevare interrogativi più ampi sul rapporto tra eredità culturale e identità imprenditoriale. La vicenda affonda le radici in un accordo di licensing siglato nel 2013 tra lo studio e la Zaha Hadid Foundation, l’ente incaricato di custodire l’archivio, le opere e il patrimonio intellettuale dell’architetta. L’intesa stabiliva che Zaha Hadid Architects potesse continuare a utilizzare il nome della fondatrice versando alla fondazione una royalty pari al sei per cento del fatturato annuo.

Dopo la scomparsa di Hadid nel 2016, la guida dello studio è passata a Patrik Schumacher, collaboratore storico dell’architetta e oggi principal della practice londinese. È stato proprio Schumacher ad avviare una controversia legale, sostenendo che l’accordo non fosse stato concepito per durare indefinitamente e che, pertanto, dovesse essere riconsiderato. La recente decisione della Court of Appeal britannica ha rappresentato un punto di svolta nella vicenda. La corte ha infatti stabilito che l’intesa tra lo studio e la fondazione può essere messa in discussione e potenzialmente terminata, ribaltando la precedente interpretazione giuridica e aprendo la strada a un possibile cambiamento di nome per la practice.

Al di là degli aspetti strettamente legali ed economici, la questione solleva un tema centrale nel sistema dell’architettura contemporanea: quello del rapporto tra il lascito dei grandi maestri e le strutture globali che, partendo da quei nomi, si sono evolute in veri e propri marchi internazionali. Molte delle grandi practice attive oggi continuano infatti a produrre progetti che non sono stati né concepiti né approvati dai loro fondatori. In questo contesto, la firma diventa meno un atto autoriale e più un dispositivo simbolico, una garanzia di continuità stilistica e culturale.

Il caso di Zaha Hadid Architects appare particolarmente emblematico proprio perché potrebbe rappresentare uno dei rarissimi esempi in cui uno studio globale, pienamente operativo e ancora al centro della scena architettonica internazionale, si troverebbe costretto a rinunciare al nome della propria fondatrice non per scelta strategica, ma come conseguenza di un contenzioso tra l’organizzazione professionale e l’istituzione che ne tutela l’eredità.

Per ora, nessuna decisione definitiva è stata annunciata. La sentenza della Court of Appeal non impone infatti un cambio di nome, ma riconosce allo studio il diritto di rinegoziare o terminare l’accordo che ne regolava l’utilizzo. Se questo porterà o meno a un rebranding resta una decisione che spetta esclusivamente alla governance interna di Zaha Hadid Architects.