Marinella Senatore rilegge l’archivio del Teatro della Cometa con The Theatre of the Commons

l’artista realizza un’installazione site-specific nata dall’esplorazione dell’archivio storico dell’istituzione e ispirata alla figura di Mimì Pecci Blunt

“Solo Parigi è degna di Roma, solo Roma è degna di Parigi” è più di un’affermazione solenne, è un riconoscimento reciproco tra due città che, seppur percorrendo strade diverse, hanno segnato in modo profondo l’identità culturale europea. Da sempre legate da un filo tenace composto da storia, arte e visioni condivise, il loro rapporto ha trovato un riconoscimento ufficiale soltanto nel 1956, con la firma del primo storico gemellaggio tra le due capitali. A settant’anni da quell’accordo simbolico, il Teatro della Cometa celebra questa relazione, intrecciando arti visive, suono e scena in un progetto multidisciplinare. Spingendosi oltre i confini di un semplice spazio di rappresentazione, il teatro diventa un laboratorio di confronto e un terreno fertile per nuove contaminazioni artistiche.

Mimì Pecci Blunt e il suo archivio di relazioni

La mostra documentaria, curata da Maria Alicata, ripercorre il legame tra le due città. Al centro di questo ricamo culturale emerge la figura della contessa Mimì Pecci Blunt, protagonista della vita artistica del Novecento europeo e fondatrice del Teatro della Cometa. «Aveva una personalità carismatica – racconta la curatrice – intuì da subito che Parigi era il luogo dell’avanguardia, dove le cose succedevano davvero». Attiva tra le due capitali fin dagli anni Venti, ha trasformato la cultura in uno spazio dinamico di relazione, progettualità e visione internazionale. Il percorso espositivo ricostruisce questa costellazione attraverso i documenti dell’archivio, costituito dalla stessa contessa: «Ha documentato e raccontato tutta la sua vita, spesso attraverso la fotografia – spiega Alicata – ha colto con grande anticipo la forza e la potenzialità delle immagini». Tra le opere esposte compaiono lavori di Luigi Ontani e di Gino Severini, tra cui un mosaico realizzato a Parigi ed esposto nel 1938 alla Galleria della Cometa.

La mostra quindi si presenta come una vera mappa di relazioni: lettere, album fotografici, cataloghi e gli articoli che la contessa scriveva come corrispondente per Le Figaro rivelano un modo di vivere e produrre cultura fondato sull’incontro e sulla circolazione delle idee. L’archivio diventa così un dispositivo narrativo che rende visibile una rete culturale transnazionale e che mostra Mimì Pecci Blunt come una protagonista attiva della produzione culturale del suo tempo.

Il paesaggio di Mimì Pecci Blunt messo in scena da Marinella Senatore

In dialogo con questa memoria si colloca l’installazione site-specific The Theatre of the Commons di Marinella Senatore, a cura di Paola Ugolini. Per la realizzazione del progetto, l’artista ha esplorato l’archivio storico dell’istituzione, selezionando immagini di scenografie, paesaggi e documenti che diventano i tasselli di una narrazione visiva ispirata a Pecci Blunt e agli intellettuali che le gravitavano attorno. La parola “Commons” nel titolo rimanda alla dimensione del bene condiviso e della partecipazione collettiva, cardini della ricerca di Senatore, che dal 2006 sviluppa pratiche artistiche collaborative coinvolgendo comunità eterogenee nella creazione di opere corali. In questo caso l’opera, formata da una serie di stendardi ricamati a mano e realizzata in collaborazione con la Chanakya School of Craft di Mumbai, trasforma il ricamo – carico di valenze storiche e politiche – in un mezzo espressivo capace di intrecciare manualità, memoria condivisa e valorizzazione del lavoro femminile.

In questo progetto il paesaggio si impone come elemento chiave: «Il paesaggio è anch’esso un bene comune – spiega l’artista – è il risultato di comunità che vi lavorano, lo formano e lo modificano, è una traccia di comunità». Senatore, attraverso la sua installazione, fa riemergere quel paesaggio culturale fatto di relazioni, incontri e scambi che la contessa Blunt seppe costruire tra Parigi e Roma, trasformando due città in un unico orizzonte creativo. Gli stendardi diventano così tracce visive di questa geografia condivisa, capace di far rivivere oggi il dialogo artistico e umano che univa le due capitali.