La memoria del tempo e gli archivi digitali della fotografia

Dalla lezione visiva di Longhi alle sfide della digitalizzazione contemporanea, Silvia Piombo riflette sul ruolo degli archivi fotografici

Gli archivi raccolgono documenti di valore permanente (corrispondenza, documentazione amministrativa, bozze e manoscritti, fotografie) di persone, aziende e istituzioni pubbliche e private. La loro funzione consiste nel rafforzare la memoria collettiva e proteggere i diritti e l’identità delle persone e delle comunità di riferimento. Considerando che la digitalizzazione della fotografia analogica e la fotografia digitale sono pratiche oramai consolidate, numerosi metodi e approcci relativi all’archiviazione e alla sostenibilità delle collezioni di immagini digitali sono al centro del dibattito internazionale. Ne parliamo con Silvia Piombo, storica dell’arte e del libro del ‘900, ricercatrice iconografica dal 2007, esperta di archivi fotografici per l’editoria, consulente di Scala Archives e New Picture Library.

Cosa sono gli archivi e per quali ragioni gli storici dell’arte e i conservatori si occupano di preservarli e consultarli? Perché le istituzioni detentrici di archivi storici rendono possibile l’accesso ai documenti archiviati? E per quali principali scopi?

Apri la scatola, pesca 15 cartoline. Dimmi chi sono gli artisti che hanno dipinto i dettagli raffigurati e mettili in ordine cronologico. Il mio esame di Storia dell’arte moderna, molti anni fa, iniziò così. E da lì le immagini e gli archivi sono stati una costante nella mia formazione e poi nella mia attività professionale. Quelle cartoline, quella raccolta di immagini (nella scatola penso ce ne fossero svariate centinaia), sono uno dei primi archivi fotografici a cui mi sono avvicinata.

Ma diamo un contesto a questa storia. Come in tutte le discipline storiche gli archivi sono alla base della ricerca. Nella pratica della critica d’arte, dal Novecento in poi, oltre agli archivi documentali (manoscritti, carte, corrispondenze), gli archivi di immagini hanno un posto d’elezione. A partire da Aby Warburg (1866-1929), a cui si deve l’intuizione della riproduzione fotografica come strumento intellettuale autonomo, e dal suo Mnemosyne Atlas (una serie di grandi pannelli su cui venivano messe in dialogo riproduzioni fotografiche di opere d’arte, dai dipinti ai francobolli), produrre e archiviare immagini di manufatti artistici divenne una missione, condivisa tanto dai singoli che dalle istituzioni. Nella storia più recente del Novecento, i due conflitti mondiali aggiunsero alle necessità di ricerca una maggiore consapevolezza circa la documentazione fotografica quale strumento per preservare la memoria collettiva delle opere d’arte e dei monumenti.

In Italia lo storico dell’arte Roberto Longhi (1890-1970) basò il suo metodo critico proprio sulle immagini. Il suo strumento fondamentale era il raffronto diretto tra immagini, messe fisicamente una accanto all’altra per far emergere relazioni stilistiche, influenze, derivazioni che nessun testo poteva dimostrare altrettanto efficacemente. Longhi costruì nel corso della vita un archivio fotografico di dimensioni straordinarie, che oggi costituisce il nucleo della Fondazione di Studi di Storia dell’Arte Roberto Longhi di Firenze, nella villa di via Benedetto Fortini. L’archivio non era una semplice raccolta di riproduzioni. Era uno strumento di lavoro attivo, continuamente consultato, aggiornato, riorganizzato. Le fotografie venivano ordinate non solo per autore o per periodo, ma secondo logiche di confronto: opere vicine stilisticamente stavano fisicamente vicine, indipendentemente dalla loro collocazione geografica o cronologica. Era una biblioteca visiva nel senso più pieno del termine.

Roberto Longhi fu anche tra gli ispiratori di una delle prime iniziative della pratica della fotografia a colori di opere d’arte. Nel 1953, sempre a Firenze, furono proprio due suoi allievi, John Clark e Mario Ronchetti, a fondare SCALA – Istituto Fotografico Editoriale. L’idea innovativa fu quella di fotografare professionalmente le opere d’arte, inclusa l’architettura, per la prima volta a colori, e mettere tali immagini a disposizione del mondo editoriale per favorire lo studio delle opere d’arte. Oggi l’archivio Scala – con cui ho il piacere di collaborare da anni – è una delle prime agenzie fotografiche al mondo per la gestione di immagini e riproduzioni di opere d’arte, fonte insostituibile di prestigiosi progetti creativi, dal cinema alla moda.

Negli ultimi 20 anni diverse aziende private hanno deciso di digitalizzare e rendere fruibili i propri archivi fotografici, affiancando necessità produttive interne alla valorizzazione, in termini di promozione ma anche di monetizzazione dei propri asset. Esempi virtuosi tra gli editori sono Conde Nast (Vogue), Electa e Mondadori (Epoca, Grazia, ilTempo, TV Sorrisi e Canzoni), De Agostini Editore. Più recentemente anche l’heritage aziendale sta sperimentando una felice fase di digitalizzazione dei propri archivi.

Gli archivi d’artista sono molto importanti per la documentazione della vita e del lavoro di un artista. Quali altre funzioni rivestono gli archivi d’artista e in cosa si distinguono rispetto agli archivi dei galleristi e dei mercanti d’arte? E in quelli dei musei?

Quando parliamo di archivi d’artista dobbiamo immaginare per lo più un insieme di documenti fotografici: fotografie scattate da terzi a documentazione del lavoro dell’artista (ritratti dell’artista in studio, making of delle opere, allestimenti e inaugurazioni di mostre temporanee) unitamente a riproduzioni fotografiche di opere d’arte, ovvero quello che chiamiamo il “catalogo” dell’artista.

Non è raro che cataloghi ragionati e archivi d’artista vengano promossi dai galleristi, che spesso sostengono le Fondazioni e gli eredi in questa attività di raccolta e catalogazione dei materiali fotografici per esigenze di mercato. Importanti gallerie d’arte – come Gagosian o Contini – sono spesso state promotrici di un prezioso lavoro di documentazione e archiviazione delle opere degli artisti. Spesso nel lavoro di ricerca iconografica mi sono rivolta con successo a gallerie d’arte, prima ancora che agli archivi degli artisti, per poter rintracciare scatti di opere d’arte contemporanea o il contatto di un artista per poter procedere con le necessarie autorizzazioni sul diritto d’autore.

Oggi gli artisti hanno (forse) una maggiore consapevolezza archivistica e in più operano in un mondo digitale e digitalizzato. Avere un archivio ordinato, permette all’artista diffusione e tutela delle proprie opere, gestione diretta dei certificati di archiviazione e delle autentiche, relazioni con galleristi e curatori di mostre. Il digitale rendere più accessibili sistemi di archiviazione e catalogazione, la documentazione stessa del lavoro dell’artista viene prodotta in un formato digitale, occupa meno spazio, si può archiviare con database opensource o anche solo essere pubblicata su un sito o su una piattaforma social. Restiamo comunque in un ambito di individualità perché non esistono pratiche standard di archiviazione o piattaforme che diano linee guida agli artisti su come organizzare i contenuti.

Ci sono altre due tipologie di istituzioni che potrebbero assicurare agli studiosi archivi preziosi ma purtroppo, in quanto aziende private, sono soggette a discontinuità. Mi riferisco alle Case d’Asta e alle Collective Artists Society. Due esperienze virtuose di archivi fotografici digitali per l’arte sono state quelle di Christie’s e ADAGP (la consociata francese di SIAE). Purtroppo, nel novembre 2020 Christie’s (questa casa d’arte ha il più grande e completo archivio di aste al mondo, con cataloghi che risalgono al 1766) ha chiuso l’accesso pubblico al suo archivio storico, e l’attività del dipartimento archivistico è stata ridotta alle attività di documentazione interna. A dicembre 2024 anche la banca di immagini ADAGP ha cessato le sue attività, a causa del calo degli introiti e tagli del governo francese destinati alla cultura.

In questo panorama i musei restano l’unica istituzione che sempre di più, a livello internazionale, garantisce l’accesso a materiali iconografici di qualità e di facile accesso tramite archivi digitali. Non esiste uno standard codificato per la gestione degli archivi fotografici museali né a livello internazionale né a livello europeo. In Europa esistono però degli esperimenti interessanti a livello nazionale: Réunion des Musée Nationaux e BPK. Questi due grandi database di immagini aggregano e uniformano lo standard di catalogazione per i musei nazionali francesi e per una parte dei musei statali tedeschi (il nucleo principale è costituito dal patrimonio culturale Prussiano), utilizzando oggi anche la stessa piattaforma informatica (DAM – Digital Asset Management). Questi archivi, nati dalla volontà di gestire e documentare un patrimonio culturale tramite la fotografia, sono un patrimonio inestimabile di immagini, accessibile a tutti tramite il web. L’essersi trasformati nei decenni in agenzie fotografiche non ha modificato la loro vocazione divulgativa.

Cos’è un archivio digitale? E un archivio di immagini fotografiche digitali o digitalizzate quale funzione ha?

Un archivio digitale è un sistema di documenti, digitalizzati da materiali analogici o nati essi stessi come digitali, potenzialmente infinito a livello di spazio, organizzato tramite metadati, ovvero un insieme di descrizioni e tag che rendono ricercabili i documenti stessi. Questa definizione è applicabile tanto ad archivi di testi antichi – alcuni esempi notevoli di digitalizzazione in anni recenti sono i Registri Vaticani con oltre 80.000 pagine di documenti papali medievali, i manoscritti della Biblioteca Nazionale di Francia tramite Gallica – quanto ad archivi fotografici museali, come per esempio lo Smithsonian Open Access.

La tecnologia digitale e il web hanno profondamente modificato la pratica archivistica, rendendola diffusa e democratizzando l’accesso alla cultura. Oggi milioni di contenuti di altissimo livello sono accessibili dal computer di casa per milioni di persone, più o meno erudite. Come dice lo Smithsonian: il loro database è un luogo dove puoi scaricare, condividere, e riutilizzare milioni (per l’esattezza sono 5.1 milioni) di immagini in 2D e 3D, provenienti da 21 musei, 9 centri di ricerca, biblioteche, archivi —right now, without asking. Subito, senza mediazione alcuna.

Quali sono i principali archivi digitali di fotografia al mondo? E in Italia?

Possiamo dividere gli archivi digitali di fotografia in due grandi famiglie: gli archivi culturali (musei e istituzioni) e gli archivi commerciali (agenzie fotografiche). Gli archivi di musei e istituzioni, pubbliche o private a seconda del Paese, hanno avuto negli ultimi 10-15 anni un’accelerata nella digitalizzazione dei propri patrimoni, dovuta anche a ingenti finanziamenti pubblici. Lo scopo sotteso alla divulgazione è la promozione del museo o dell’istituzione. Prima ho citato il progetto dello Smithsonian, importantissimo perché è un progetto condiviso da una costellazione di musei e istituzioni culturali.

Pioniera del digitale è senza dubbio un’altra istituzione statunitense: nel 2016 la New York Public Library lanciò il suo programma open access, chiamato NYPL Digital Collections, rendendo disponibili oltre 180.000 immagini in alta risoluzione completamente libere da restrizioni, con licenza Creative Commons Zero (CC0), che permette qualsiasi uso senza restrizioni, incluso quello commerciale. Si tratta di un archivio straordinariamente vario: fotografie storiche, mappe, stampe, cartoline, illustrazioni, manifesti e molto altro, provenienti dalle collezioni della biblioteca accumulate nel corso di oltre un secolo.

Il lancio del 2016 fu accolto con grande entusiasmo dalla comunità digitale, un anno prima della svolta open access del MET. ll Metropolitan Museum di New York è stato infatti il museo che con maggiore convinzione ha promosso non solo la digitalizzazione di parte della propria collezione fotografica ma ha anche reso i suoi contenuti “utilizzabili”. Nel 2017 il museo ha reso disponibili gratuitamente oltre 375.000 immagini di opere in pubblico dominio con licenza CC0. Prima di allora il museo aveva già un sito con immagini consultabili online ma con restrizioni sull’utilizzo. Il passaggio al CC0 nel 2017 è stato considerato un momento significativo nel panorama dei musei, anche perché spinse diversi altri istituti in USA e nel mondo a fare lo stesso.

In Italia il Codice per i Beni culturali rende quasi impossibile queste pratiche per i musei. L’unico esempio che mi viene in mente è quello del Museo Egizio di Torino, che mette a disposizione le immagini del suo archivio fotografico con licenza CC0 con questo chiaro intento: “immagini del passato per archivi aperti e proiettati verso il futuro nell’era dell’Umanesimo digitale”. 

Le agenzie fotografiche, seppur siano aziende private con una missione chiaramente commerciale basata sul licensing delle immagini, sono a tutti gli effetti degli archivi digitali di fotografia. Questi archivi non sono solo un deposito di immagini ma cataloghi attivi, strutturati per facilitare la ricerca e la licenza dei contenuti. Si distinguono tra loro per il tipo di licenza, Right Managed e Royalty free, che riflette il tipo di contenuto gestito. Oggi questa differenza si sta assottigliando, così agenzie come Getty Images (leader del settore) è in grado di contenere e gestire tanto collezioni fotografiche esclusive, come quelle di Condé Nast, quanto licenziare immagini senza alcun valore culturale (senza nulla togliere alle foto stock dei cuccioli).

L’agenzia fotografica con il livello più alto di qualità a livello di cultura fotografica, diventata nel tempo un’istituzione culturale, è indiscutibilmente Magnum Photo. L’agenzia fu fondata a New York nel 1947 da quattro fotografi: Robert Capa, Henri Cartier-Bresson, George Rodger e David Seymour. L’idea nacque da un’esigenza molto concreta: sottrarsi al controllo editoriale delle riviste, che all’epoca erano proprietarie delle immagini commissionate ai fotografi. Magnum nacque come cooperativa, in cui i fotografi sono soci e proprietari dei diritti delle proprie immagini.

Questa scelta fondativa ha determinato tutta la storia successiva dell’agenzia. A partire dagli anni Ottanta e Novanta, con il declino delle grandi riviste illustrate e l’emergere della televisione come medium dominante per l’informazione visiva, Magnum dovette ripensare il proprio modello e si aprì da una parte alla fotografia commerciale e pubblicitaria, dall’altra investendo in formazione in progetti espositivi. L’avvento del digitale ha portato con sé una sfida ulteriore: la proliferazione di immagini a basso costo rende sempre più difficile sostenere economicamente il fotogiornalismo d’autore.

Tornando in Italia, mi piace raccontare la storia di Alinari e di come l’archivio della più antica agenzia fotografica del mondo sia stato riconosciuto patrimonio collettivo, e come tale messo al sicuro. Fondata a Firenze nel 1852 da Leopoldo Alinari, insieme ai fratelli Giuseppe e Romualdo, l’agenzia Fratelli Alinari divenne nel tempo un catalogo unico a livello di documentazione storica: le fotografie Alinari sono spesso le uniche immagini esistenti di opere d’arte poi danneggiate o distrutte, di edifici demoliti, di luoghi profondamente trasformati.

Più recentemente, circa 25/30 anni fa, Alinari avviò un imponente processo di digitalizzazione del proprio archivio, che a quel punto contava oltre 5 milioni di immagini tra negativi, lastre di vetro, stampe vintage e fotografie del Novecento. Fu uno dei progetti di digitalizzazione di archivi fotografici storici più ambiziosi mai realizzati in Italia. L’archivio Alinari divenne così accessibile online, con un sistema di licenze per uso editoriale e commerciale, avvicinandosi nel funzionamento alle grandi agenzie internazionali pur mantenendo la propria vocazione storico-documentaria. Gli ultimi anni della storia Alinari sono stati segnati da difficoltà economiche e dopo anni di tensioni finanziarie, nel 2019 il Comune di Firenze ha acquisito l’archivio, salvandolo dalla dispersione.

In che modo gli archivi digitali di fotografia possono proteggere e valorizzare la memoria collettiva in vista delle generazioni future?

Una volta digitalizzati gli archivi fotografici possono preservare la memoria di documenti, luoghi, momenti fissandola su supporti potenzialmente imperituri dal punto di vista fisico. Le immagini possono essere rese accessibili per chiunque, ovunque. Una pellicola o una stampa possono degradarsi irreparabilmente se non trattati adeguatamente, devono necessariamente essere consultati in un luogo fisico ben preciso. Spesso sono inaccessibili senza uno schedario che aiuti a orientarsi per il reperimento della fotografia esatta.

Negli archivi digitali (o digitalizzati) il problema della conservazione si sposta su altri fronti: obsolescenza dei formati, corruzione dei dati, dipendenza da server. Un aspetto spesso sottovalutato ma di fondamentale importanza è proprio il rischio di perdita dei metadati, ovvero quell’insieme di informazioni testuali che rendono chiaro il soggetto dello scatto fotografico e ne definiscono il contesto oltre che il reperimento all’interno dell’archivio.  Una fotografia senza metadati è muta. Questo aspetto, tuttavia, è stato gestito tramite sistemi e protocolli condivisi per allegare informazioni contestuali alle fotografie digitali (IPTC).

L’aspetto più interessante del digitale, a mio avviso, è l’aumentata possibilità di valorizzazione dei contenuti: il digitale rende democratico l’accesso alle informazioni e quindi alle immagini, assicurando la diffusione di “una” memoria collettiva. Sottolineo “una” perché quando maneggiamo gli archivi fotografici storici dobbiamo stare attenti a un problema di completezza storica e di distorsione della memoria. Ogni archivio, ogni selezione fotografica, ogni didascalia porta con sé una serie di scelte implicite. Per un progetto editoriale dedicato alla storia italiana dal 1861 al 2011, feci una ricerca iconografica organizzata per decenni e fu subito evidente che alcune storie erano difficilissime da documentare tramite la fotografia negli archivi più frequentati, bisognava scavare in profondità, contattando fotografi i cui archivi stavano in scatoloni buttati per terra o magari nello scantinato di qualche casa editrice, in procinto di essere buttati.

Senza scomodare troppo Susan Sontag,  e stando su questioni internazionali, se facciamo una ricerca iconografica che abbia per oggetto le tribù degli Indiani d’America nell’archivio del Musée du Quai Branly oppure presso il National Museum of the American Indian dello Smithsonian o la Library of Congress di New York, otterremo tre ricerche completamente diverse. Come mai? In primo luogo, c’è un tema di collezione fotografica (chi ha selezionato e acquistato i materiali fotografici nel tempo?), in secondo luogo un tema di catalogazione (chi ha composto le didascalie? Chi ha aggiunto eventuali parole chiave per identificare le foto? Le parole chiave sono state revisionate recentemente?).