Tra le vittime di quella che già è stata denominata la terza guerra del Golfo c’è anche il patrimonio culturale. Secondo quanto riportato dalle agenzie iraniane Isna e Mehr, il Palazzo del Golestan – tra i più antichi complessi monumentali di Teheran e sito riconosciuto dall’Unesco nel 2013 – avrebbe subito danni a seguito dei raid congiunti statunitensi e israeliani che hanno interessato l’area di piazza Arag, nel sud della capitale. Vetri infranti, porte divelte, superfici specchianti lesionate: ferite materiali che toccano uno dei luoghi più stratificati della memoria iraniana.
Il Golestan, il cui nome evoca un “giardino di rose”, sorge nell’area dell’antica cittadella reale, per secoli centro nevralgico del potere persiano. Con l’ascesa della dinastia Qajar alla fine del XVIII secolo – era il 1779 quando la famiglia consolidò il proprio dominio, mantenuto fino al 1925 – Teheran venne eletta capitale e il complesso divenne il fulcro della nuova monarchia. Non soltanto residenza, ma teatro politico: uno spazio pensato per rappresentare l’autorità e insieme per negoziare l’immagine dell’Iran nel contesto internazionale.

Nel XIX secolo, in un’epoca di profonde trasformazioni, il Golestan si fece laboratorio estetico di una modernità ambivalente. Le arti figurative, le piastrelle policrome, le pitture murali e i raffinati rivestimenti specchianti dialogavano con suggestioni occidentali sempre più presenti. La Persia guardava all’Europa, senza rinunciare alla propria matrice culturale. Il risultato fu un’architettura ibrida, capace di coniugare l’eredità safavide con l’eco delle corti europee.
Emblematica, in questo senso, la Sala degli Specchi (Talar-e Aineh), voluta e ridefinita sotto Naser al-Din Shah Qajar, primo sovrano persiano a compiere visite ufficiali nelle capitali europee. Colpito dalla teatralità delle monarchie occidentali, lo scià rientrò a Teheran con l’intento di rinnovare il cerimoniale e l’immagine del potere. La sala, rivestita di minuscoli frammenti specchianti che frantumano e moltiplicano la luce, è una dichiarazione di intenti: il sovrano riflesso all’infinito, centro di un universo visivo che celebra l’autorità. La tradizione racconta che parte degli specchi provenisse dall’Europa e che, giunti danneggiati, fossero ricomposti in un mosaico scintillante.

Il Trono di Marmo (Takht-e Marmar), altra icona del complesso, fu teatro di incoronazioni e momenti cruciali della storia iraniana. Anche la dinastia Pahlavi, nel XX secolo, scelse il Golestan per legittimare il proprio potere: nel 1967 Mohammad Reza Pahlavi vi celebrò una cerimonia di incoronazione di grande impatto scenografico, inscrivendosi simbolicamente nella continuità della tradizione monarchica. Il riconoscimento Unesco ha sancito non solo l’eccellenza artistica del sito – evidente nelle decorazioni ceramiche, nei cicli pittorici e nei giochi di luce degli specchi – ma anche il suo valore storico come testimonianza di una fase di transizione.



