Sarà una Biennale “in tonalità minore”, ma non per questo meno destinata a far discutere. La 61ª Esposizione Internazionale d’Arte, in programma dal 9 maggio al 22 novembre 2026 (pre-apertura 6–8 maggio), ha svelato l’elenco dei 111 artisti, collettivi e organizzazioni invitati a prendere parte alla mostra centrale ai Giardini e all’Arsenale. Un numero significativo, che restituisce la misura di un progetto ampio e stratificato, concepito dalla curatrice Koyo Kouoh prima della sua scomparsa e oggi portato avanti dal team che ne custodisce l’impianto teorico.
Il titolo, In Minor Keys, è già una dichiarazione d’intenti. Non un’esposizione costruita su effetti spettacolari o grandi proclami, ma una riflessione sulle frequenze più sottili dell’arte contemporanea: storie marginali, geografie decentrate, pratiche che agiscono sottovoce. Un invito all’ascolto più che alla celebrazione, alla complessità più che alla sintesi. Come sottolineato nelle presentazioni alla stampa, l’idea è quella di lavorare sulle risonanze emotive e sulle sfumature, mettendo in discussione gerarchie consolidate e centralità culturali. La lista dei 111 nomi, resa pubblica il 25 febbraio, restituisce una mappa fortemente internazionale, con artisti provenienti da diversi continenti e contesti culturali.
Un mosaico globale coerente con la traiettoria curatoriale di Kouoh, da sempre attenta alle dinamiche postcoloniali, alle narrazioni diasporiche e ai linguaggi ibridi. Ma proprio questa apertura radicale ha prodotto uno degli elementi più discussi dell’edizione 2026: nella mostra internazionale principale non figura alcun artista italiano. Un’assenza che non è passata inosservata e che ha immediatamente acceso il dibattito nel sistema dell’arte nazionale. Se da un lato la Biennale ribadisce la propria vocazione internazionale, dall’altro la mancata presenza di artisti italiani nella selezione centrale viene letta da alcuni osservatori come il segnale di una difficoltà strutturale del contesto italiano a imporsi nel discorso globale contemporaneo. L’Italia sarà naturalmente presente con il proprio Padiglione nazionale, ma la distinzione tra rappresentanza statale e inclusione nella mostra curatoriale resta un nodo simbolico forte.
A rendere questa edizione ancora più atipica è la decisione di non assegnare il Leone d’Oro alla carriera. Una scelta che interrompe una consuetudine consolidata e che appare in linea con l’impostazione generale della mostra: meno enfasi sulla consacrazione individuale, più attenzione a un racconto corale, diffuso, stratificato. Anche in questo caso, il segnale è chiaro: spostare il focus dalla celebrazione delle figure storicizzate a una riflessione collettiva sul presente. La Biennale Arte 2026 si preannuncia dunque come un’edizione capace di incidere non tanto per l’effetto spettacolare quanto per la densità teorica e politica delle sue scelte. In tonalità minore, sì. Ma con un impatto che promette di farsi sentire a lungo.
Alcuni artisti significativi presenti alla Biennale 2026
Tra i 111 artisti invitati alla mostra internazionale di In Minor Keys, alcuni nomi chiariscono subito l’orientamento della Biennale 2026. La franco-marocchina Yto Barrada porta una ricerca che intreccia memoria, colonialismo e identità, spesso attraverso fotografia e film: un lavoro capace di dare voce a storie periferiche e archivi dimenticati. Accanto a lei, Abbas Akhavan, canadese di origine iraniana, è noto per installazioni ambientali che trasformano lo spazio in luogo di tensione silenziosa, riflettendo su fragilità, conflitto e dimensione domestica.
La performer austriaca Florentina Holzinger introduce una componente corporea radicale: le sue azioni mettono in discussione genere e potere, spingendo il linguaggio performativo verso territori estremi. Più meditativa la pratica di Khaled Sabsabi, artista australiano-libanese, che lavora su suono, spiritualità e identità diasporica, creando ambienti immersivi di forte intensità emotiva. Nel loro insieme, questi artisti delineano una Biennale meno spettacolare e più introspettiva, coerente con l’idea di “tonalità minori”: un’esposizione che sembra voler privilegiare profondità e complessità rispetto all’effetto monumentale.


