Circa 250 personalità del mondo della cultura hanno sottoscritto una lettera aperta a sostegno di Devyani Saltzman, già direttrice delle arti e della partecipazione del Barbican Centre di Londra, la cui uscita repentina è stata resa nota nei giorni scorsi. La decisione giunge a poche settimane dalla nomina di Abigail Pogson come nuova chief executive dell’istituzione, alimentando interrogativi che superano la dimensione individuale per investire direttamente le scelte strategiche del centro culturale londinese.

Tra i firmatari figurano nomi di primo piano della scena artistica e intellettuale internazionale: gli artisti John Akomfrah e Isaac Julien, la regista Mira Nair, i curatori Mark Sealy e Zoé Whitley, gli scrittori Salman Rushdie e Kiran Desai. Una costellazione eterogenea ma compatta nel manifestare «profonda delusione e preoccupazione» per l’allontanamento di Saltzman.
Nominata nel febbraio 2024, Saltzman era stata chiamata a ripensare l’identità futura del Barbican attraverso un programma capace di riflettere «la complessità e le possibilità del nostro tempo» nei diversi ambiti disciplinari: teatro, musica, arti visive, cinema, collaborazione creativa e pratiche immersive. Una visione quinquennale che, come ricordato nella lettera, era stata presentata pubblicamente solo pochi mesi fa. La sua uscita, prevista per maggio, appare dunque prematura rispetto all’orizzonte progettuale annunciato.
Il documento, indirizzato al presidente del consiglio del Barbican, William Russell, e ai membri della City of London Corporation, chiede chiarimenti puntuali: se il ruolo di Saltzman sia stato soppresso o ristrutturato, quale sia stato il grado di coinvolgimento del board nella decisione e quale configurazione assumerà ora la leadership artistica del centro.
In filigrana, la vicenda solleva questioni più ampie relative alla stabilità delle istituzioni culturali e alla continuità delle politiche di rappresentanza e inclusione ai vertici. Il riferimento, esplicitato nella lettera, alla necessità di sostenere una leadership proveniente dalla “global majority” suggerisce che la partita in gioco non sia soltanto organizzativa, ma simbolica e politica.



