Dal 27 febbraio al 31 agosto 2026 la Tate Modern presenta A Second Life, la più grande mostra mai dedicata a Tracey Emin. Curata dalla direttrice Maria Balshaw e Alvin Li, l’esposizione ripercorre 40 anni di pratica dell’artista britannica, dalle sue opere più iconiche fino a quelle mai esposte al pubblico. La mostra, ideata in stretta collaborazione con Emin e realizzata sulla scia di successo di Sex and Solitude a Palazzo Strozzi a Firenze, riunisce oltre 90 lavori tra sculture, tessuti, neon, dipinti e installazioni.
Riconosciuta come una delle figure più incisive dell’arte contemporanea della sua generazione, Tracey Emin ha incarnato una fase determinante della cultura britannica e del panorama artistico internazionale, grazie a una pratica profondamente autobiografica e alla volontà di annullare i confini tra intimità personale e spazio pubblico. Opere come My Bed, candidata al Turner Prize nel 1999, hanno alimentato un acceso confronto critico e mediatico sul concetto stesso di arte, mettendo in crisi le definizioni tradizionali e ridefinendo il peso dell’esperienza individuale nel processo creativo. Pensata come un racconto continuo, la mostra intreccia snodi biografici e mutamenti formali, evidenziando come l’artista abbia fatto del corpo femminile un mezzo centrale per esplorare desiderio, sofferenza e rigenerazione.

Alvin li, in un’intervista con il Giornale dell’arte ha rivelato che il coinvolgimento dell’artista nel progetto è stato effettivamente totale: Emin ha ideato il titolo e ha contribuito alla costruzione narrativa della mostra, concepita come un racconto che attraversa la malattia, le cure e la guarigione. Il percorso offre anche uno spazio finale dedicato alla riflessione e al raccoglimento dei visitatori, sottolineando la profondità emotiva e sociale del suo lavoro. A Second Life rappresenta un momento fondamentale nella carriera dell’artista, non solo per il suo ritorno alla Tate dopo quindici anni, ma anche per l’opportunità di presentare un racconto complessivo della sua produzione che mette in primo piano temi un tempo considerati tabù.
Grazie a questo progetto, Emin conferma il suo ruolo di figura centrale nell’arte contemporanea, capace di parlare con forza e sincerità delle esperienze individuali, senza separare il privato dal pubblico, e regalando ai visitatori un’esperienza allo stesso tempo intima e universale.



