Il Museo di Bogotá sostituisce Eugenio Viola: rottura anticipata alla direzione artistica

Un cambio ai vertici del MAMBO riaccende il dibattito su governance, trasparenza e autonomia curatoriale in America Latina

Il Museo de Arte Moderno de Bogotá interrompe anticipatamente il rapporto con il direttore artistico Eugenio Viola. L’annuncio è arrivato il 6 febbraio attraverso i canali ufficiali dell’istituzione, che ha parlato di una “revisione completa” e della decisione del consiglio di amministrazione di chiudere il contratto del curatore italiano, alla guida della direzione artistica dal 2019.

Nel comunicato, il museo ringrazia Viola per aver contribuito a consolidare il MAMBO come riferimento per l’arte contemporanea in America Latina e annuncia l’avvio della selezione del successore con il supporto di consulenti esterni. La scelta viene ricondotta a un processo di riorganizzazione volto a rafforzare sostenibilità finanziaria e modello gestionale.

Diversa la versione del diretto interessato. In dichiarazioni rilasciate alla stampa internazionale, Viola sostiene che la rescissione non sia legata a questioni artistiche o di leadership, ma alle preoccupazioni espresse nel settembre 2025 sul deterioramento delle condizioni di lavoro interne al museo. Criticità che, a suo dire, sarebbero state condivise da membri dello staff e che non avrebbero dato luogo a un’indagine interna. Il curatore ha inoltre affermato che la decisione è stata resa pubblica senza che gli fosse concessa la possibilità di replica.

La vicenda si inserisce in una fase di transizione per il MAMBO, fondato nel 1953 e oggi impegnato in un processo di ristrutturazione amministrativa in un contesto regionale segnato da contrazione dei finanziamenti privati e crescente pressione sul fundraising. Negli ultimi anni il museo ha cambiato direzione esecutiva, passando dalla gestione di Claudia Hakim a quella di Martha Ortiz Gómez, e ha attraversato una riorganizzazione interna che ha alimentato un clima di incertezza.

Durante il suo mandato, Viola ha curato oltre cinquanta mostre, portando a Bogotá artisti come Voluspa Jarpa, Teresa Margolles e Seba Calfuqueo, e rilanciando una retrospettiva di Óscar Muñoz assente dal museo da tre decenni. Il suo programma ha rafforzato il profilo internazionale dell’istituzione e il dialogo con la scena latinoamericana.

Ma il nodo, oggi, non riguarda soltanto un avvicendamento. Quando un museo comunica la fine anticipata di un incarico attraverso formule generiche — “valutazione”, “migliori pratiche”, “revisione integrale” — senza entrare nel merito delle scelte, il rischio è che la trasparenza resti un principio evocato ma non praticato. In un’istituzione culturale, la credibilità non si misura solo nella qualità delle mostre, ma nella chiarezza dei processi decisionali e nella gestione dei conflitti interni.

Il caso MAMBO solleva dunque una questione più ampia: fino a che punto le esigenze di governance e sostenibilità possono ridefinire — o comprimere — l’autonomia curatoriale? E quale spazio rimane per il dissenso e il confronto critico all’interno di musei che, pur essendo soggetti privati, rivendicano un ruolo pubblico? La risposta non riguarda soltanto Bogotá, ma il modello stesso di istituzione culturale in America Latina oggi.