In un video Instagram di due giorni fa, l’influencer Emily Kaplan sostiene di aver individuato un collegamento tra uno dei casi più discussi del momento e il clamoroso furto d’arte al museo di Boston, ipotizzando di aver individuato una pista che potrebbe portare alla risoluzione del caso, per cui è prevista una ricompensa di dieci milioni di dollari. Secondo quanto afferma la donna, due delle opere rubate comparirebbero in un documento fiscale che fa parte dei milioni di file pubblicati dal governo statunitense riguardo Jeffrey Epstein. Ad oggi il post ha quasi raggiunto i cinquantamila mi piace.
L’ipotesi dell’influencer
Il 18 marzo 1990, due uomini travestiti da agenti della polizia sono riusciti a trafugare tredici opere d’arte dal valore di oltre cinquecento milioni dollari, in quello che ancora oggi è considerato il più grande furto d’arte irrisolto della storia. Kaplan racconta che tra queste, Landscape with Obelisk di Flink e Portrait of the Artist as a Young Man di Rembrandt – a cui lei si riferisce erroneamente con un altro nome, Portrait With a Plumed -, compaiono in un documento fiscale redatto proprio da Epstein. Una persona che – come spiega nel video – in vita agiva come un falicitatore finanziario: spostava il denaro in modo discreto, spesso utilizzando le opere d’arte. Convinta della propria scoperta, l’influencer arriva persino ad esortare i suoi followers a contattare l’FBI e il museo.

Un video pieno di errori
Gli osservatori più attenti però potrebbero notare vari dettagli che mettono in dubbio l’affidabilità delle sue parole: oltre ad aver sbagliato il titolo di un’opera, la donna descrive entrambe i lavori come dei dipinti, quando in realtà uno è un’incisione; sostiene che i ladri abbiano passato “ore” dentro il museo, mentre vi restarono poco più di un’ora e arriva addirittura a sbagliare il nome del museo. Inoltre è a dir poco inverosimile che qualsiasi tipo di merce rubata, in particolare quella appartenente ad uno dei furti più famosi della storia, possa essere inserita in un documento fiscale.
La risposta del museo
L’Isabella Stewart Gardner Museum ha subito preso le distanze dalla ricostruzione di Kaplan. Anthony Amore, direttore della sicurezza dell’istituzione, ha sottolineato l’errore nell’identificazione delle opere e ha affermato che la diffusione di informazioni fuorvianti rischia solo di ostacolare la risoluzione del caso. Ad oggi il museo, insieme all’FBI e la procura degli Stati Uniti, continua la sua ricerca e invita chiunque abbia informazioni concrete e attendibili a contattare l’istituzione.
L’influencer, dal suo canto, ha deciso di aggiornare la descrizione del video spiegando ai followers che, sebbene i due lavori nei documenti non corrispondano a quelli ricercati, resta comunque aperta la domanda sul perché compaiano nei file.



