Fondazione Elpis riparte da Milano: Villa, Atelier e una programmazione più ampia

Non solo mostre, ma residenze, laboratori e un ecosistema diffuso tra Lavanderia, Villa e Atelier definisicono il programma della Fondazione per il 2026

Milano non è una città che si ferma, e forse è proprio per questo che alcune realtà culturali, qui, non possono permettersi di restare uguali a se stesse. Fondazione Elpis, nata nel 2020 su iniziativa di Marina Nissim, lo dimostra con una trasformazione che è insieme fisica e concettuale: più spazi, più attività, più possibilità di attraversare l’arte contemporanea come processo in continua trasformazione. Negli ultimi anni la Fondazione ha consolidato la sua identità come luogo capace di intercettare energie giovani, linguaggi ibridi, pratiche sperimentali. Ma il 2026 segna un passaggio ulteriore: la Fondazione si riorganizza in una struttura più ampia, fatta di ambienti differenti e complementari, dove produzione, ricerca, formazione e restituzione convivono in un unico disegno.

Il punto di partenza resta la Lavanderia, spazio espositivo che negli anni è diventato riconoscibile nel panorama milanese. Ma ora la geografia si allarga. Entrano in gioco la Villa, pensata come luogo polifunzionale e aperto, e gli Atelier, dedicati al lavoro degli artisti in residenza. Il cambio di passo è evidente: la Fondazione non vuole più essere soltanto una “destinazione” dove si va a vedere una mostra, ma un organismo che lavora nel tempo lungo, dove ciò che accade in un atelier può diventare racconto pubblico, dove un laboratorio può trasformarsi in esperienza condivisa, dove la ricerca non è un backstage invisibile ma parte dell’identità stessa del progetto.

Il 2026: un calendario che somiglia a una mappa

Il programma dell’anno si muove su più livelli. Da febbraio ripartono i Laboratori d’Artista, che non sono semplici workshop ma momenti di pratica e relazione: un modo per entrare dentro i processi creativi, tra scrittura, suono, materia, performance. Un calendario pensato per coinvolgere pubblici diversi, studenti, professionisti, appassionati e per far convivere discipline e sensibilità differenti. Poi ci sono le residenze negli Atelier: cicli di lavoro di circa due mesi, con la possibilità di restituire il percorso alla città attraverso la Villa, in forme che possono essere mostra, installazione, incontro, racconto. È un’idea di residenza non come isolamento, ma come dispositivo di contatto.

Sul fronte espositivo, la Lavanderia continuerà a ospitare progetti site-specific, tra cui quello di Villiam Miklos Andersen, mentre l’estate vedrà tornare uno dei progetti più riconoscibili della Fondazione: Una Boccata d’Arte, giunto alla settima edizione, con interventi diffusi nei borghi italiani, uno per ogni regione. Un format che negli anni ha dimostrato quanto l’arte contemporanea possa dialogare con luoghi decentrati, fuori dalle mappe canoniche. In un panorama culturale spesso affollato di inaugurazioni e formule ripetute, la scelta di puntare su residenze, laboratori, ricerca e processi lunghi è anche una presa di posizione. Un modo per dire che l’arte non è soltanto ciò che si espone, ma ciò che si costruisce.