Alla Biennale l’Ucraina affronta il fallimento delle tutele internazionali

A rappresentare l'Ucraina a Venezia sarà "Origami Deer" di Zhanna Kadyrova. Un cervo di cemento, staccato dal suo piedistallo e sospeso a una gru, diventa il simbolo di uno Stato costretto allo spostamento permanente

Il Padiglione ucraino della prossima Biennale di Venezia sceglie di non eludere il nodo più fragile e irrisolto della propria storia recente: l’illusione di una sicurezza garantita dalla diplomazia internazionale. Il titolo del progetto, Garanzie di Sicurezza, rimanda esplicitamente al Memorandum di Budapest del 1994, l’accordo con cui l’Ucraina rinunciò al proprio arsenale nucleare in cambio di promesse di protezione firmate da Regno Unito, Stati Uniti e Russia. A distanza di trent’anni, quelle promesse appaiono drammaticamente disattese.

A incarnare questo scarto tra parola e realtà è l’opera di Zhanna Kadyrova, artista che rappresenterà il Paese a Venezia. «Abbiamo firmato documenti che avrebbero dovuto proteggerci», afferma Kadyrova, «ma quelle garanzie esistevano solo sulla carta». La sua scultura in cemento Origami Deer diventa così il fulcro di un racconto che supera la dimensione estetica per farsi testimonianza politica.

Realizzata e installata nel 2019 in un parco pubblico di Pokrovsk, nella regione orientale di Donetsk, Origami Deer è stata progressivamente sottratta alla propria collocazione originaria con l’avanzare del fronte russo nel 2024. Da oggetto urbano stabile, la scultura si è trasformata in un corpo mobile, costretto a seguire le stesse traiettorie di fuga degli abitanti. A Venezia, l’opera sarà presentata in uno stato di sospensione radicale: sollevata da una gru e collocata su un camion parcheggiato lungo l’argine della laguna, in attesa delle autorizzazioni finali. Questa condizione instabile diventa metafora visiva dello sfollamento forzato e dell’incertezza che attraversa oggi la società ucraina. Origami Deer non poggia più su un piedistallo: vaga, letteralmente, come milioni di persone. «La scultura è stata costretta a lasciare il suo posto e ora si muove nel mondo», recita la nota del progetto.

All’interno del Padiglione, ospitato all’Arsenale, l’installazione si completa con materiali d’archivio legati al Memorandum di Budapest e con un video multicanale che documenta il viaggio dell’opera attraverso l’Ucraina e l’Europa. Prima di approdare a Venezia, Origami Deer sarà esposta a Varsavia, Vienna, Praga, Berlino, Bruxelles e Parigi, costruendo una geografia simbolica della diaspora e della richiesta di ascolto.

Il piedistallo originario della scultura era ricavato dalla fusoliera di un aereo sovietico dismesso, un velivolo destinato al trasporto di armi nucleari. Un residuo di potenza militare trasformato, attraverso l’intervento artistico, in linguaggio contemporaneo. Quando l’evacuazione di Pokrovsk è diventata inevitabile, anche la scultura è stata evacuata, grazie al lavoro congiunto dell’artista, di tecnici locali, operai comunali e dell’organizzazione Museum Open for Renovation. «L’oggetto ha seguito gli stessi percorsi delle persone», racconta Kadyrova. «Non è più solo un’opera d’arte: contiene l’esperienza del movimento, della perdita, della sopravvivenza».

Nel suo discorso, Kadyrova non separa mai la dimensione artistica da quella politica. La guerra viene descritta come un “buco nero” che assorbe vite, risorse e narrazioni, mentre il sostegno internazionale appare insufficiente e spesso oscurato da una macchina propagandistica più potente. «La Russia dispone di molti più strumenti per diffondere disinformazione», osserva l’artista. «Alcuni progetti culturali funzionano apertamente come propaganda. L’Ucraina, al contrario, fatica a comunicare la propria realtà». È proprio su questo terreno che il Padiglione ucraino rivendica il proprio ruolo. Come sottolinea la commissaria Tetyana Berezhna, portare il tema delle garanzie di sicurezza alla Biennale significa interpellare direttamente la comunità globale. «L’Ucraina dice al mondo: guardate, queste garanzie non hanno funzionato. È necessario ripensarle».