Scavare, togliere strati, riportare alla luce. È da questa immagine, fisica prima ancora che simbolica, che prende forma Digging Up, la nuova mostra personale di Alessio Deli ospitata da Von Buren Contemporary a Roma e aperta fino al 10 marzo 2026. «Le nuove opere – spiega nel testo critico Edoardo Marcenaro e curatore di alcuni progetti dell’artista – sono la rappresentazione di entrambi questi significati: da un lato “portano alla luce” i suoi stati d’animo derivanti da un percorso di studio, personale e al contempo artistico degli ultimi anni, dall’altro sono il segno del voler “dissotterrare” l’antico per affrontare un momento storico del tutto atipico e, per sottolineare una caratteristica del lavoro di Alessio: atemporale».


Il titolo, volutamente in inglese, contiene già la doppia direzione della mostra, quella di scavare e far emergere, ed è proprio questo che Deli sembra voler fare: dissotterrare forme antiche e rimetterle in circolo nel presente, senza trasformarle in reliquie; riflettere sulla memoria, sui modelli e su come l’iconografia classica possa ancora generare nuovi modi di vedere il mondo. Il percorso espositivo è ricco di riferimenti al mondo dell’arte antica, ma il punto non è la fedeltà al repertorio bensì la sua reinvenzione. Tra i nuclei più significativi spicca la rilettura delle grottesche, decorazioni pittoriche parietali che affondano le loro radici negli stili pittorici di epoca augustea, ora dipinte su tavole di legno.

A questo si aggiunge la realizzazione di un bassorilievo dedicato a Gradiva, figura centrale dell’omonima novella di Wilhelm Jensen, che si configura come un omaggio alla potenza evocativa del suo mito. La sua è una figura liminale, affascinante proprio perché sfugge a una definizione univoca. Il nome, “colei che avanza”, è già una dichiarazione. Gradiva non è mai statica, ma in movimento, come il pensiero che cerca di afferrare ciò che è stato rimosso. Non è un caso se lo stesso Freud si interessò profondamente a questa figura, punto in cui arte, forma e inconscio si incontrano. È una forma che prende vita, un’immagine che guarisce proprio perché costringe a confrontarsi con ciò che è stato negato. In questo senso, anche una metafora dell’arte stessa: qualcosa che avanza verso di noi dal passato, chiedendo di essere visto, interpretato, desiderato. E, proprio come la ricerca di Deli, non per ricostruire ciò che era ma per comprendere cosa ancora può diventare.


