Al British Museum è polemica su immagini generate artificialmente

Un post generato dall'IA e pubblicato sui canali socialdel museo, ha generato molte domande sul futuro della comunicazione museale e sul ruolo delle istituzioni culturali

Una delle istituzioni museali più prestigiose al mondo si è ritrovata al centro di una controversia dopo una scelta comunicativa che ha diviso pubblico e addetti ai lavori. Il British Museum ha infatti rimosso dai propri canali social un post contenente immagini generate dall’intelligenza artificiale, in seguito alle critiche sollevate da archeologi, storici dell’arte e studiosi del patrimonio culturale. Pubblicato il 27 gennaio su Instagram e Facebook, il contenuto mostrava una figura femminile creata tramite strumenti di AI intenta a osservare alcuni oggetti della collezione del museo, accompagnata dalla didascalia “Taking time to take a closer look is always worthwhile”. L’uso di immagini artificiali ha innescato quasi subito una reazione negativa da parte della community online.

Tra le voci più critiche, quella di Steph Black, archeologa e dottoranda all’Università di Durham, che ha condiviso pubblicamente gli screenshot del post evidenziando come l’impiego di contenuti generati da AI possa contribuire a svalutare il lavoro di curatori, storici e professionisti creativi, oltre a far pensare a una strategia di contenimento dei costi. Ulteriori perplessità hanno riguardato l’accuratezza culturale delle immagini: in alcune scene, infatti, la figura femminile indossava abiti che mescolavano in modo generico tradizioni culturali differenti, sollevando questioni di stereotipizzazione e decontestualizzazione, particolarmente delicate per un’istituzione che custodisce reperti provenienti da civiltà di tutto il mondo.

In risposta alle polemiche, il British Museum ha dichiarato che la condivisione di contenuti “generati dagli utenti” rientra nelle consuete pratiche di comunicazione sui social, precisando tuttavia di aver rimosso il post alla luce della sensibilità del tema. La direzione ha inoltre annunciato l’elaborazione di linee guida interne sull’uso dell’intelligenza artificiale nella comunicazione digitale. L’episodio riaccende così un dibattito sempre più centrale nel mondo dell’arte e del patrimonio culturale: come integrare l’AI in modo responsabile, senza compromettere l’accuratezza storica, l’etica curatoriale e il valore delle competenze umane nell’interpretazione delle opere.

Il rischio dell’AI nei musei

L’episodio si inserisce in un dibattito sempre più acceso sul ruolo dell’intelligenza artificiale nella comunicazione museale e nella rappresentazione del patrimonio culturale. Se da un lato l’AI viene spesso presentata come uno strumento capace di ampliare l’accessibilità e l’engagement del pubblico, dall’altro solleva interrogativi cruciali sul piano etico, storico e simbolico. In contesti come quello museale, dove l’autorevolezza dell’istituzione si fonda sulla competenza, sulla cura delle fonti e sulla precisione del racconto, l’uso di immagini generate artificialmente rischia di confondere i confini tra interpretazione, finzione e conoscenza. Il caso del British Museum evidenzia inoltre il timore che l’adozione dell’AI possa non solo appiattire la complessità culturale, ma anche ridurre il valore del lavoro umano, curatoriale, storico e creativo, a favore di una produzione visiva rapida e standardizzata, mettendo in discussione la responsabilità delle istituzioni nel costruire narrazioni consapevoli e contestualizzate.